Cosa non si fa per un amore da favola?

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

L’infanzia delle creature femminili è sempre stata accompagnata dalle favole. Un costume radicato quello di far crescere le bambine con l’idea che la felicità coincide sempre con una storia d’amore. Le protagoniste sono donne che devono essere salvate o al contrario che devono liberare l’uomo da un destino malvagio. In ogni caso sono costrette a guadagnarsi il sentimento con mille peripezie e sofferenze. Come se l’amore fosse un merito, un premio elargito dall’altra persona, qualcosa da conquistare, rinunciando persino a sé stesse. Alla base della violenza sulle donne c’è anche questo sostrato culturale. Se la mente di una bambina viene plasmata da tali modelli, non meravigliamoci quando da adulta sarà la compagna o moglie disposta ad accettare qualsiasi sopruso, pur di guadagnarsi una briciola di amore.

Cenerentola

Quale bambina non è venuta a contatto con la favola di “Cenerentola”? La vita disagiata della protagonista tra le prepotenze della matrigna e delle sorellastre sembra poter trovare un bagliore di luce con l’arrivo del principe. La figura maschile è presentata come degna delle prove, che devono superare le donne per prendere il suo cuore. Questa situazione ci ricorda un po’ l’harem del narcisista perverso, che crea appositamente competizione e gara tra le varie pretendenti, nuove e del passato. La solidarietà tra creature femminili viene così seppellita, perché diventa prioritario ottenere le grazie e l’attenzione dell’uomo. Riflettiamo e pensiamo che se le donne fossero più unite, riuscirebbero a mettere fine alla violenza.

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“Kill Bill”: quando la vera vendetta è guardarsi dentro

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

“Kill Bill 1” e “Kill Bill 2”, sono rispettivamente la prima e la seconda parte del film del 2003, scritto e diretto da Quentin Tarantino. L’attrice principale è Uma Thurman. Certamente si tratta di una pellicola in cui le scene di sangue non mancano, fedelmente allo stile del regista statunitense. Eppure la violenza passa in secondo piano, nonostante le teste mozzate, gli occhi cavati dal bulbo oculare e altre azioni raccapriccianti. Ciò che invece desta l’attenzione del pubblico è la ferrea volontà della protagonista, il cui nome nascosto tramite un “bip”, verrà svelato solamente nel secondo volume: Beatrix Kiddo. Il film narra della vendetta di una donna, che l’ex fidanzato aveva tentato di uccidere. Questa, dopo aver lottato tra la vita e la morte, tornerà dal suo aguzzino e da tutti i suoi collaboratori, per attuare la sua rivalsa e punire coloro che avevano fatto di tutto per eliminarla. Naturalmente tale vendetta va letta in una chiave metaforica, come riappropriazione della propria libertà e identità. Potremmo paragonarla al processo di guarigione che deve fare la vittima di violenza, senza spade o altre armi, ma lottando con cervello e determinazione.

Chi è la protagonista?

La protagonista è una donna, che faceva di mestiere la killer, per la banda del suo ex compagno Bill. Nel momento in cui apprende di essere incinta, decide di cambiare vita. Certa che il suo fidanzato non avrebbe mai smesso di uccidere, neppure per un figlio, gli tiene nascosta la gravidanza, con l’intenzione di cominciare una nuovo percorso. La vediamo così vestita da sposa e con il pancione, mentre fa le prove di matrimonio con il suo futuro marito, che è l’esatto opposto di Bill: un uomo tranquillo e dalla vita normale. Beatrix, aveva affinato le qualità per essere killer, grazie alla durissima scuola di Pai Mei, famoso maestro di arti marziali. Ella rappresenta la donna vittima di violenza, perseguitata e quasi uccisa dall’ex partner. Ma è una vittima sui generis, poiché riuscirà più volte a scampare la morte, grazie a una volontà smisurata. Tornerà così per vendicarsi del suo carnefice e degli adepti dello stesso. Quella che nel film è la vendetta, in verità è il processo di salvezza che deve intraprendere qualsiasi donna che abbia subito violenza. Il salto verso la libertà e la dignità, nella realtà di tutti i giorni, non avviene con la spada di Hattori Hanzo, ma guardando dentro sé stesse e riprendendo in mano la propria vita.

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Manipolazione mentale: salvati per la tua Felicità!

Fai quello che ti rende felice e basta! Questa è la ricetta della Felicità. Non esistono cose che rendano felici in maniera oggettiva, perché ciò che per una persona può essere una dannazione, per un’altra potrebbe essere la sua gioia. Ti diranno come devi essere per andare bene. Ti faranno credere che la Felicità sia quello che dicono loro. Ti persuaderanno (PERSUADERE=MANIPOLARE) che in quello che vuoi tu, ci sia solo sacrificio. Così sarà facile farti credere che non ce la farai. E allora proverai così tanta paura, che finirai per convincerti di questo.

 

Alla fine sentirai di non essere all’altezza, vedrai ciò che volevi fare come il più grande dei problemi. Ecco, è in questo momento di angoscia e paura che devi forzarti un po’, poiché se ti lascerai andare, sarai ciò che dicono loro. È questa la fase in cui devi capire che la paura ti sta indicando semplicemente la cosa più giusta per te. Le scelte comode e facili, non portano alla vera Felicità. Questa si nasconde in tutto ciò che di complicato possa esserci e si lascia assaporare da chi è capace di non tradire sé stesso. Goditi quella paura perché sarà la tua benedizione. Non fuggire. Nessuno deve avere il potere di farti vedere come una disgrazia ciò che in cuor tuo, senti essere una gioia. Nessuno conosce ciò che per te sia la Felicità, neppure un genitore. Se c’è una cosa pericolosa al mondo, è la presunzione di un genitore nel sapere cosa possa rendere felice un figlio: il più delle volte proietta su questo le proprie ansie e frustrazioni. La forma più subdola di manipolazione, è quella compiuta da una madre o da un padre. Avremo uomini e donne liberi e felici, solamente quando smetteremo di pensare che i genitori conoscano la Felicità dei propri figli. “L’ho fatto per il tuo bene”, è la scusa più grossa che si possa dare per coprire i propri egoistici desideri. “L’ho fatto per te”, significa che l’ha fatto per sé.

 

Chi può sapere quale sia il tuo bene? Che ne sa un genitore del sapore della tua Felicità? Nessuno può conoscerlo. Neppure chi ti ha messo al mondo. Perché la Felicità è in diretta connessione con la parte più buia e nascosta dell’ anima. Si trova in quel posto in cui nessuno arriva mai. Ecco perché facciamo difficoltà a capire cosa ci renda davvero felici. Perché per tirare fuori la Felicità, dobbiamo acchiapparla e portarla via dall’angoletto in cui rifugge e si cela così bene. Per scoprirla, dobbiamo passare vari stati di smarrimento e confusione. Siamo costretti a restare persi per un po’. Per questo motivo, può sembrare molto bello e appagante il fatto che arrivi qualcuno con la ricetta magica, con l’indicazione giusta per la Felicità. Non ci sembra vero che una persona ci liberi da quel turbamento. In verità, ciò che appare come libertà e serenità, sarà poi la gabbia del rimpianto e dell’angoscia.
Bisogna ascoltarsi, non mettere a tacere mai quella vocina interiore. Perché la Felicità parla così: non è chiara, non dice precisamente tutto, ma ci lascia a metà. L’altra parte sta a noi scoprirla. E la troviamo solamente tuffandoci. La Felicità ci aspetta oltre il vuoto, al di là del buio. Un salto così farebbe paura a chiunque, ma vale quanto la Felicità.

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