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La vertigine del silenzio

Il cambiamento della realtà

Nessuno avrebbe mai pensato che d’un tratto si fermasse tutto. Nell’era della globalizzazione, in cui ogni contatto è realizzabile e anche il più lontano sembra vicino, ti ritrovi invece isolato anche dai tuoi familiari.

  Ogni giorno inizia con la stessa cadenza nel silenzio assordante dell’immobilità. E così, ciò che prima sembrava usuale e persino normale diventa un fardello a tratti insostenibile: i social non bastano più. Inizia a mancarti la chiacchierata di persona, l’abbraccio e la stretta di mano, che troppo spesso prima barattavi con una chat o un like. Ti rendi conto di quante volte per pigrizia  o per l’opportunità concessa dai mezzi di comunicazione, hai scelto di fare una videochiamata anziché andare a trovare qualcuno. Sale la nostalgia per il saluto consueto al fornaio o alla commessa del negozio al quale sei solito andare, perché quelle stesse persone le vedi oggi nascoste dietro a una maschera, che ripara e protegge dai virus e dai batteri, ma cela male la paura. Una paura che diventa tangibile, quando devi chiedere dove si trova un articolo e la reazione spontanea è indietreggiare davanti al tuo interlocutore.

La solitudine del silenzio

Quante volte ci siamo lamentati del traffico, dei ristoranti pieni o delle spiagge prese d’assalto, durante le prime domeniche primaverili. Ora davanti a noi si aprono strade vuote, accompagnate dalle serrande abbassate dei locali. Non ci sono più file perché un virus dalle dimensioni di una macromolecola ha deciso, ex abrupto, di porre un’insormontabile distanza tra gli esseri umani. Così, ci sentiamo tutti più soli e quella tecnologia, che aveva sostituito i rapporti interpersonali, sembra non riuscire a colmare uno spazio e un tempo infiniti.

 Il tempo della consapevolezza

 Eppure, mentre tutto si è fermato come la pausa obbligata di una melodia corale, l’uccellino inizia a cantare di buon mattino e nasce ancora quel primo fiore che avevamo dimenticato. La vita non si ferma, nonostante tutto. C’è un tempo che continua a scorrere anche in quarantena: è quello che possiamo sentire con l’anima. Il battito del cuore, forse accelerato per l’angoscia silente, ci ricorda che siamo vivi. Non è affatto semplice rinunciare alla libertà personale, la medesima che troppe volte abbiamo seppellito per una frenesia che ci ha fatto scordare di noi stessi e di chi avevamo vicino. E proprio oggi, che non possediamo più quel ventaglio ampio di scelte, vorremmo scegliere. Oggi più che mai riacquista valore decidere come impiegare il proprio tempo, fino a qualche giorno fa scippato da una quotidianità che correva all’impazzata verso non si sa bene cosa. Ecco il punto dolente della drammatica situazione che stiamo vivendo: affiorano le domande esistenziali, troppo a lungo soffocate da un caos che riempiva le nostre giornate, svuotandoci dentro. Il problema vero non è cosa posso fare in queste lunghe ore chiuso in casa, ma la missione che ho nella mia effimera esistenza. Tutto si trasforma in domanda, perché mentre si è interrotto un tempo a noi conosciuto e usuale, se n’è aperto uno nuovo: il tempo della consapevolezza. Non è la noia il reale ostacolo, ma la tremenda vertigine di guardarsi dentro. Si disegnano così nuovi confini, che solo apparentemente sono quelli imposti dal decreto legislativo del nostro Premier: si tratta, invece, di trovare collocazione in uno spazio e un tempo propri.

  Quando lo spazio e il tempo diventano infiniti

Lo spazio e il tempo sono le due entità che ha portato a galla questo stupido e infame virus. La distanza e la limitazione degli spostamenti hanno stravolto il nostro piccolo sistema di sopravvivenza, così come quell’ammasso di ore che abbiamo davanti a noi. Ci voleva un’aggressiva macromolecola per prendere coscienza del tempo che passa, perché quegli attimi che ora appaiono eterni, entreranno anch’essi in quell’enorme cassetto, chiamato passato. Doveva venire una pandemia per farci affiorare alla mente l’importanza delle persone anziane e il tangibile fatto che invecchiamo. Il temibile coronavirus ha spezzato l’apparenza e ci ha posto di fronte al nostro essere più autentico. E allora a nulla serve ostentare una perfezione che non esiste, in quanto siamo maledettamente e splendidamente umani. Forse solo ora ci sembrano istanti persi, quelli spesi a giudicare qualcuno di cui in fondo si conosce ben poco. In questo tragico momento storico temiamo per la salute dei nostri genitori e nonni, pilastri saldi di una società troppo fragile. Fragile perché lontana dal senso vero della vita, che è nelle piccole cose. Il virus ci ha messo di fronte alla debolezza non solo del corpo, ma dell’anima. E mentre le nostre membra possono cedere a causa di un’invasione virale sconosciuta, la nostra anima traballa in presenza dell’ignoto.

Analogie con la poetica leopardiana

La conoscenza è un altro elemento con cui facciamo i conti in questa realtà. E per quanto la nostra epoca possa conoscere tutto, c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo umano. «Ahi ahi, ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema, e assai più vasto l’etra sonante e l’alma terra e il mare al fanciullin, che non al saggio appare.» ( G. Leopardi “Ad Angelo Mai”). Sono questi i giorni del caro immaginar leopardiano, durante i quali puoi affacciarti dalla finestra e fantasticare su ciò che si nasconde dietro la siepe. Nessuna pandemia riesce a incatenare la mente e il pensiero. E allora è giunto anche il tempo di guardare con occhi nuovi un illustre poeta come Leopardi: genio, non perché divoratore di libri, ma grande anticipatore dei secoli futuri. I suoi versi sembrano essere stati scritti per ciò che stiamo vivendo. In molti potrebbero pensare che il sommo poeta sia legato a questi nefasti giorni per il pessimismo cosmico con il quale ormai viene etichettato da secoli. E invece voglio riallacciarmi alla poetica leopardiana per regalare a tutti una ventata di positività e coraggio. «[…]Ma sedendo e mirando, interminati/spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo; ove per poco/il cor non si spaura. […]» (“L’infinito”). Smarrimento. Il cuore del poeta si smarrisce davanti all’infinito, procurato da quella siepe che preclude lo sguardo e apre le porte all’immaginazione. Siamo smarriti anche noi, poiché le limitazioni di spazio e tempo che ci sono state imposte, hanno spalancato uno spazio e un tempo infiniti. E allora cosa dobbiamo fare davanti a questa sensazione di sconforto e paura? La risposta è nei versi conclusivi del canto: «[…] Così tra questa/immensità s’annega il pensier mio:/e il naufragar m’è dolce in questo mare.» Abbiamo perso l’identità, perché sono venute meno le coordinate spazio-temporali e quindi naufraghiamo nell’immensità, sprofondiamo. Ma possiamo salvarci da quel senso potente di paura, solamente se ognuno di noi accetta questo annullamento di sé come il più dolce degli abbandoni. Ecco la soluzione positiva e propositiva del genio romantico, fedele alla sua idea di piacere. Se la felicità, è sempre una felicità mancata per la presenza di uno spazio e un tempo tangibili, che ce la portano via, allora la felicità non è che la perdita di sé davanti all’infinito: infiniti spazio e tempo.

Il potere del ricordo

Corrono lenti e pesanti i giorni del ricordo: chi di noi non ha speso un po’ del suo tempo a pensare a come era la sua vita fino a qualche giorno fa? Solitamente, i momenti difficili sono quelli durante i quali ci aggrappiamo più forte a un passato felice. Solo quando sopraggiungono   eventi drammatici, usciamo per un attimo dalla nostra individualità per sentirci tutti parte del medesimo destino. In fondo, oggi, tutto ciò che avevamo prima ci sembra un’illusione, ormai caduta davanti alla verità. La malattia e dunque la fragilità del nostro corpo umano ci uniscono in una sofferenza corale, davanti alla quale non esiste alcuna distinzione di sesso, età o ceto sociale. «[…]Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,/da chiuso morbo combattuta e vinta,/perivi, o tenerella. E non vedevi/il fior degli anni tuoi; […]». Nella lirica “A Silvia” la musa ispiratrice di Leopardi muore in giovane età a causa di un “morbo”, che nello specifico era la tisi. «[…]Quale allor ci apparia/la vita umana e il fato!/Quando sovviemmi di cotanta speme,/un affetto mi preme /acerbo e sconsolato,/e tornami a doler di mia sventura./ O natura, o natura,/perché non rendi poi /quel che prometti allor? Perché di tanto/inganni i figli tuoi?[…]» Allo stesso modo ci sentiamo noi in tale avversità mondiale, chiusi nel dolore che ci procura la memoria delle speranze passate.

Il doloroso inganno

Ci trasciniamo in queste pesanti ore con la tremenda sensazione di aver ricevuto un profondo inganno. Ma da chi? Nella realtà che ci accomuna, sono state create varie tesi complottistiche. Ma che sia l’America, la Cina o non si sa quale assurdo potere a volere tutto questo, intanto l’unica cosa certa sono i limiti del nostro corpo di fronte a certi eventi naturali, persino in presenza di una subdola macromolecola. Tutto ciò perché è nella natura stessa dell’essere umano avere delle debolezze, che troppo spesso dimentichiamo. Anche il poeta si lascia andare a una serie di interrogativi, gli stessi che attanagliano la nostra mente: «[…]Questo è quel mondo? Questi/i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,/onde cotanto ragionammo insieme?/Questa la sorte dell’umane genti?/All’apparir del vero/tu, misera, cadesti: e con la mano/la fredda morte ed una tomba ignuda/mostravi di lontano.» La memoria delle cose belle passate, messa a confronto con un presente funesto, incute un senso di angoscia e smarrimento,   ma anche di vago e indefinito. Si tratta dello stesso processo de “L’infinito”, questa volta inserito nella cornice del tempo: lasciare affiorare alla mente i ricordi, persino in un presente certo e oscuro, significa oltrepassare i limiti temporali e immergersi nell’eternità. Anche noi dovremmo oltrepassare la scadenza delle ore e dei minuti, nella quale siamo imprigionati, per tuffarci nel tempo interiore, che è infinito e non ha confini.

Leopardi ci regala così la certezza che un domani prossimo anche il ricordo di questo tremendo momento storico potrà essere gradito e dolce, perché alleggerito dai contorni indefiniti della memoria e in ogni caso testimonanza di come la vita vada sempre avanti, nonostante tutto. «[…]E pur mi giova/La ricordanza, e il noverar l’etate/Del mio dolore. Oh come grato occorre/Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/La speme e breve ha la memoria il corso,/Il rimembrar delle passate cose,/Ancor che triste, e che l’affanno duri!» (“Alla luna”).

Quel mostro chiamato noia

Il fardello, avvertito in questi giorni di isolamento obbligato, è la noia. Tema anch’esso affrontato nella poetica leopardiana con il componimento “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: «[…] Se sapessi parlare, allora io ti chiederei:/dimmi, perché ogni animale che riposa e/ozia è contento/e io, invece, se giaccio comodamente/sono assalito dalla noia?[…]» In questi versi, gli interrogativi dell’uomo moderno coincidono con un essere primitivo come il pastore e sono rivolti alla luna. Leopardi formula, infatti, una serie di domande esistenziali, forse le stesse che ci stiamo ponendo in questo periodo. Viene così fuori la netta differenza tra la condizione umana e quella animale, la prima caratterizzata dall’assenza di pace e riposo anche in uno stato di “ozio”: a cosa è dovuta questa intrinseca irrequietezza? Essa nasce dalla conoscenza, dalla memoria e dalla paura. «[…]O greggia mia che posi, oh te beata,/che la miseria tua, credo, non sai!/Quanta invidia ti porto!/non sol perché d’affanno/quasi libera vai;/ch’ogni stento, ogni danno,/ogni estremo timor subito scordi;/Ma più perché giammai tedio non provi. […]»

Una sofferenza che unisce

Quanti di noi, in queste tediose ore, sono stati attaccati ai telegiornali e a qualsiasi fonte di notizie? Quanto è cresciuto il dolore all’accrescere della conoscenza? Personalmente, ho provato una sana invidia davanti alla serenità degli animali. Ci sono stati attimi nei quali avrei preferito essere un gabbiano o persino un gatto di strada, libero di vagare e conoscere il vero, senza che questo sia filtrato da un’informzione troppo spesso incompleta e fallace. Ma anche questa illusione, come tutte le illusioni, non dura che un attimo. In fondo, gli esseri viventi del nostro pianeta sono sotto la stessa luna e quindi hanno il medesimo destino: «[…]O forse erra dal vero,/mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:/Forse in qual forma, in quale/stato che sia, dentro covile o cuna,/è funesto a chi nasce il dì natale.»

Come un fiore nel deserto

C’è un filo invisibile che ci accomuna tutti ed è proprio la sofferenza. Allora in cosa dobbiamo trovare la forza di andare avanti? Da dove nasce ancora la speranza? Se sboccia un fiore nel deserto, tutto è possibile. Ecco che il pensiero leopardiano si chiude con la canzone “La ginestra, o il fiore del deserto”. Allora le pendici del Vesuvio, cantate nella lirica, diventano le punte della corona di questo temuto virus e ciascuno di noi può essere simbolicamente rappresentato da quella ginestra. «Qui sull’arida schiena/del formidabil monte/sterminator Vesevo,/la qual null’altro allegra arbor né fiore,/tuoi cespi solitari intorno spargi,/odorata ginestra,/contenta dei deserti.[…]» Quel fiore è la vita che si aggrappa alla vita anche a seguito di una catastrofe, è l’animo nobile che dobbiamo  tirare fuori in questa pandemia, senza aggiungere odio e rabbia all’atroce dolore. Il poeta ci viene in aiuto, suggerendo di guardare la verità e quindi dichiarare nemica solamente la natura, alleandoci gli uni con gli altri in una “social catena”. Basta un attimo per diventare piccoli come le formiche, schiacciate accidentalmente dal frutto che cade dall’albero. Pertanto, l’unica salvezza è piegarsi di fronte certi eventi drammatici, senza tuttavia smettere di resistere. Occorre adattarsi a certe realtà, come a questa che ci vede relegati in casa. La ginestra è la saggezza di riconoscere i propri limiti, non sprofondando all’apparire delle umane fragilità. Spuntano come fiori, nel deserto delle città italiane, cartelloni con arcobeleni e scritte “andrà tutto bene”.

Il coronavirus e quella violenza silente

Da più di due anni dedico la scrittura al delicato tema della violenza contro le donne. Pertanto, anche in questa tragica vicenda il mio pensiero vola verso le creature femminili che per far fronte all’emergenza mondiale sono costrette a stare in casa con il loro abusante. Mi chiedo continuamente cosa stiano vivendo i bambini, ingiustamente sottratti ai loro genitori e chiusi nelle case famiglia. I tribunali e l’intera macchina della giustizia si sono bloccati. Mi piace sperare che i Giudici e i Servizi sociali impieghino queste ore per riflettere sulle loro decisioni, prese freddamente dall’alto di un ruolo, ormai destrutturato e rimpicciolito da qualcosa di così grande come la pandemia. Mi auguro che la momentanea privazione della libertà personale possa cambiare qualcosa in chi finora l’ha arbitrariamente tolta agli altri.

È capitato spesso, in questi giorni, di accostare lo stalking che ho subìto anni fa alla recente condizione di isolamento. La prima differenza che ho riscontrato riguarda la modalità della solitudine: negli atti persecutori sai da chi difenderti, invece durante una pandemia, per quanto ti munisci di guanti e mascherina, non sai contro chi combatti. Manca il volto del persecutore, poiché è invisibile all’occhio umano, ma sai che c’è. Sei impossibilitato dal prevedere le mosse dell’aguzzino, in quanto le medesime non possono inquadrarsi in azioni reiterate. Il virus è legato all’imprevedibilità e arriva a farti vedere come nemico persino il magazziniere del supermercato o il vicino di casa. Per quanto lo stato di allerta sia comune alle due situazioni, ti accorgi che questa volta è più alto. Non sai dove guardarti, non basta più prestare attenzione a ciò che accade alle tue spalle. Contro chi o cosa ci stiamo difendendo? Perché è accaduto tutto questo? L’unica certezza è che si tratta di un maledetto virus aggressivo. Sempre una forma di violenza, ma silente e subdola. L’unica salvezza che ci viene proposta è di evitare il contatto con le altre persone. E allora stavolta posso asserire a piena voce che tu, coronavirus, sei peggio di un narcisista maligno. Per combattere non basta attuare il “no contact” nei tuoi confronti, perché ci costringi a stare lontani gli uni dagli altri. Non serve evitare di reagire alle provocazioni o fare la tecnica del “sasso grigio”: riusciresti a colpirci, anche se mostrassimo indifferenza alla tua presenza incombente. Non accusi apertamente, ma sei riuscito a farci sentire colpevoli di vivere. E quindi hai costretto tutti a giustificarsi, persino davanti alla necessità di acquistare del cibo. Scusa se respiriamo; ti chiediamo scusa, se ci piace stare all’aria aperta. Il tuo essere così camaleontico e mutabile nei vari organismi viventi lascia spazio al gaslighting: dubitiamo delle nostre stesse sensazioni corporee, ci sentiamo ammalati anche se non lo siamo, alcuni sono affetti dalla tua invasione e non presentano sintomi. Ci hai tolto ogni verità e certezza. La violenza psicologica alla quale hai sottoposto l’intera popolazione mondiale destabilizza e mina l’identità personale. Siamo confusi davanti a tanta soggiogazione e ormai persino dipendenti dalle tue sadiche mosse. Quanto gioisci nel vederci tutti attaccati alla TV a sentire i tuoi sviluppi? Non ho lasciato che il mio stato emotivo dipendesse dal narcisista maligno e ora dovrei accettare che sia legato a te?

Perdere tutto significa rinascere

Nella mia esperienza di violenza, ho provato sulla pelle cosa significa essere privati della propria libertà e quotidianità. Da allora so per certo che solo quando perdi tutto, puoi rinascere davvero. Quindi, nemico microscopico che oggi indossi la corona, sappi che da questi inermi bruchi, quali ci hai ridotto, nasceranno solo farfalle libere. Lepidotteri consapevoli delle loro ali e di quanto, forse, costi caro questo volo. Ma voleremo. E quando tutto ciò sarà finito, ci abbraceremo più forte, apprezzeremo tutte le piccole cose e saremo persone migliori.

Mario Bragaglia, in arte Brandon Braching: l’amore oltre la diversità e la paura

Abbiamo ancora incontrato Mario Bragaglia, in arte Brandon Braching, giovane cantautore agli inizi della sua carriera. Dopo averlo ascoltato relativamente al brano musicale “Senza un perché”, contro ogni forma di violenza, oggi è con noi per parlare di discriminazioni sessuali, amore e diversità.

Ciao Mario e bentrovato.

Ciao e bentrovati a voi.

Iniziamo con la prima domanda: cos’è per te la diversità?

Nel mio vocabolario di vita questa parola non è scritta, perché siamo tutti uguali. Secondo me, diverso è colui che guarda una persona con odio negli occhi, alimentando il disprezzo. Di solito questo avviene in soggetti che non sanno chi sono nella loro esistenza o che non riescono ad accettare un passato in cui non si rivedono più. Il dramma è che tale atteggiamento potrebbe portare altri a fare del male e persino uccidere, esacerbando così situazioni di violenza.

Mario si è mai sentito diverso?

No, mai. Sono state sempre le altre persone a farmi sentire così, descrivendomi ed etichettandomi per quello che non sono. Fortunatamente, ho sempre saputo chi ero ed è per questo che non mi sono lasciato abbattere da tali pregiudizi e sentenze.

La diversità, quindi, secondo te è un concetto usato da coloro che non si sono mai guardati dentro e accettati, giusto?

Esatto, proprio così.

L’idea di famiglia in Italia è fortemente condizionata da pregiudizi sociali e ideologie religiose. Se diciamo famiglia, Mario a cosa pensa?

Mi viene in mente subito l’amore e la pace. Dove coesistono questi due ingredienti, esistono vita e protezione.

Si è ormai aperto anche in Italia un dibattito sulla genitorialità delle coppie omosessuali. Quale opinione hai della così detta famiglia arcobaleno?

Molte volte leggo sui giornali o sento in giro che per niente al mondo due uomini o due donne dovrebbero creare una famiglia, in quanto ritenuto contro natura o addirittura una maledizione del demonio. Tutto ciò non lo concepisco affatto: preferisco che un bambino cresca in una famiglia arcobaleno, anziché in una dove vive all’interno di un contesto di maltrattamenti, assistendo ogni giorno a scene drammatiche e nei casi peggiori all’uccisione della madre per mano del padre. Mi preoccupa di più un minore costretto a crescere come spettatore passivo di violenze psicologiche e fisiche tra i genitori.

Dunque la famiglia è il primo luogo dove bisognerebbe imparare l’amore e il rispetto?

Proprio così. Crescere un bambino in un nucleo familiare in cui regna la prevaricazione, potrebbe far nascere nel medesimo gravi disturbi relazionali, andando ad alimentare la violenza in una pericolosa catena. L’infanzia dovrebbe trovare posto solo dove esiste amore nel cuore.

Se fossi padre, cosa insegneresti a tuo/a figlio/a?

Per prima cosa lo/la educherei, insieme al mio compagno, al rispetto, cercando di fargli/le capire che siamo tutti uguali. La famiglia nasce dall’amore e non deve conoscere odio.

Com’è la tua famiglia di origine?

Onestamente non ha le mie stesse vedute circa alcuni argomenti, ma non per questo ho smesso di credere nei miei ideali o lottare per la felicità. In fondo è bello avere pensieri contrastanti, perché è dagli stessi che nasce il dialogo.

Qual è l’insegnamento più utile che hai ricevuto tra le mura dove sei cresciuto?

Sicuramente il fatto di apprezzare ogni sfumatura della vita. Non mi vergogno a dire che ho sofferto la fame e ho avuto difficoltà a sopravvivere. E sono fiero di me, di quel ragazzo che oggi si alza alle ore 5 e 30 del mattino per andare a lavorare, lottando e sudando ogni giorno per crearsi un futuro.

Di cosa ha bisogno questo ragazzo umile e pieno di vita?

Solamente di essere creduto e sostenuto. Il resto… (Sorride n.d.r.) Se lo va a prendere da solo con il sangue tra i denti e il sorriso sul volto.

L’amore al giorno d’oggi tra social e relazioni fugaci. Cosa significa amore per te?

Rifugio, protezione e soprattutto dialogo: tutto quello che gli odierni mezzi di comunicazione hanno reso complicato. Ormai viene tutto preso con leggerezza: “ma sì, dopo gli scrivo un messaggio”.
E invece non funziona così. La miglior cosa è uscire di casa, incontrare la persona che ami, guardarla negli occhi e dirle tutto, dalle cose belle a quelle brutte. Non c’è nulla di più bello che lottare per la persona che si ama. I social ci hanno disabituati alle lettere, ai biglietti, alle carezze, a un bacio o a uno sguardo pieno di passione, uno di quelli che esprime tutte le parole non dette. Ormai mancano i gesti spontanei e naturali. Il rischio è che non riusciamo più a godere delle belle emozioni e delle persone.

Probabilmente non sono sbagliati i mezzi di comunicazione, ma l’uso che se ne fa: sei d’accordo?

Certamente. Andrebbero usati con più moderazione, poiché è bello tenersi le cose piacevoli per sé, senza stare sempre lì a condividere la nostra vita con chiunque, togliendo del tempo che potremmo invece donare a chi amiamo.

Leggiamo in te un velo di nostalgia per come veniva veicolato l’amore in passato. Cosa manca nei tempi moderni?

Il corteggiamento alla vecchia maniera, rincorrere l’anima gemella tra i vicoli della città, fare delle dichiarazioni d’amore, le serenate etc. Invece oggi esprimere tutto questo significa quasi essere scemi o “diversi” (tanto per ritornare al concetto di diversità). Bisogna riprendere ad amare la vita reale e non quella virtuale, a dare importanza alla qualità e non alla quantità. Oggi sembriamo assorbiti da una spasmodica ricerca delle persone, sostituendole poi con un click. Occorre invece dare valore a chi ci è vicino, a chi offre il suo tempo, a chi è disposto a condividere la sua vita e a costruire un futuro insieme.

E Mario è riuscito a trovare quell’amore vero?

Sì. Mi ritengo fortunato nell’aver trovato un ragazzo che mi ama nel rispetto, scegliendomi ogni giorno al suo fianco. Con lui ho scoperto quella protezione che mi è sempre mancata negli anni passati. Riesce a farmi sentire al sicuro e soprattutto unico. Ho la sensazione di essere speciale e insostituibile.

Come ti ha conquistato?

Mi ha dato la certezza che per lui sono il migliore, senza mai paragonarmi agli altri . So che tra migliaia di ragazzi più belli di me, egli sceglierebbe sempre me.
Non mi ha fatto sentire come il ragazzo con cui uscire e basta, ma colui con il quale condividere una vita intera.

Quali sono gli ingredienti del vostro amore?

Il dialogo, la fiducia, la cura e l’accettazione dell’altro. Non bisogna mai cercare di cambiare il partner e soprattutto è importante non sentirsi né superiori, né inferiori. Un unico corpo, respiro, battito. Una sola anima. Conta poi sostenersi a vicenda in qualsiasi situazione, senza scappare o evitare di affrontare i problemi. La paura non deve esistere: occorre esprimere sempre quello che si ha dentro, anche quando c’è la consapevolezza che lo stesso sentimento può fare male. Amare equivale a prendersi cura di qualcuno, senza aumentare le ferite che gli altri hanno procurato, anzi sanandole. Uno dei veri drammi è che spesso la violenza si cela proprio dietro rapporti, che in fondo dell’amore non hanno nulla. Per questo motivo, mi ritengo fortunato a potermi fidare del mio uomo sotto ogni aspetto.

Hai mai incontrato degli ostacoli nella tua relazione?

Se guardo a me, dico di no, perché vivo la mia storia ogni giorno e con passione. Non ho mai creato problemi a nessuno, in quanto vivo la mia vita come voglio e lascio vivere le persone senza sentirmi superiore. I veri ostacoli me li hanno posti gli altri a causa della mia omosessualità, a partire dalla famiglia di origine, nella quale non tutti i componenti hanno accettato la mia vera identità. Certamente, l’ambiente lavorativo non mi ha risparmiato da giudizi pesanti, che onestamente mi fanno paura, talmente grande è l’odio che trasmettono.

Te la senti di farci qualche esempio circa le brutte parole che ricevi?

Senz’altro. Capita di sentire dire “persone come voi le brucerei al rogo e poi le getterei al mare”. Oppure, semplicemente, quando cammino per strada accade che qualcuno si affaccia dal finestrino e grida qualche insulto. Ci rido su e vado avanti fiero di me…

Quanto caro ti è costato essere sempre te stesso?

Nessun prezzo, perché non ho problemi a restare fedele alla mia essenza. In tutto ciò che faccio, dico e creo sono sempre Mario. E invece molte persone hanno più identità, che svelano a seconda delle situazioni.

Se è vero che il coraggio nasce dal timore, quali sono le tue più grandi paure?

La mia prima paura è non riuscire più a mettermi in gioco e non rischiare nella vita. Poi certamente temo di morire senza aver fatto ciò che desidero: fondare un’associazione contro il bullismo, l’omofobia, le violenze e ogni tipo di discriminazione e soprattutto creare una famiglia, perché no, anche con un/una figlio/a.

Descriviti con una virtù…

Il coraggio. Non ho mai avuto paura delle persone che ostentano superiorità nel giudicare la vita altrui. Mai mi sono lasciato spaventare dal fallimento o dalla delusione. Il segreto sta nel lasciarsi andare, assaporando il presente, senza rimandare al domani ciò che possiamo fare oggi. La nostra esistenza è scandita dal tempo: a noi spetta usarlo e custodirlo nel modo giusto.

Il tuo ultimo brano inedito dal titolo “Niente” a cosa si riferisce?

Il messaggio principale è che non bisogna avere paura di niente, anche se al mondo esistono persone che giocano sui sentimenti degli altri, soprattutto nel momento in cui noi mettiamo nelle loro mani il futuro e il cuore. Una canzone che mi ha stravolto la vita, accompagnandomi in una fase di crescita personale e artistica. Il testo suggerisce un modo per sconfiggere ogni timore o delusione: cambiare direzione e non rimandare le cose al domani, perché la vita è qui e ora.

Abbiamo finito. Hai qualcos’altro da aggiungere?

Ci tenevo a fare i miei ringraziamenti a una persona molto speciale, ovvero il mio compagno Eddy. Grazie a lui ho riacquistato la voglia di sorridere alla vita e credere di nuovo nell’amore. Gli devo tutto, perché è grazie a lui se oggi sto davvero bene. Posso solo essergli grato per avermi donato la forza e l’ossigeno di respirare all’unisono.

Per ascoltare l’ultimo brano inedito “Niente” clicca qui

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Il nuovo volto del sito: una parte dedicata all’amore

 

Informiamo i gentili lettori del sito che mentre stiamo ancora impiegando le risorse per suggerire la via di salvezza alle donne vittime di violenza,  abbiamo iniziato a raccogliere una serie di testimonianze di coloro che hanno preso il volo.

Dopo un anno dall’apertura di questo blog, è giunto il momento di dedicare spazio e righe anche alla fase post violenza. Tutto ciò per dare concreta dimostrazione di come sia possibile uscire da un vissuto simile, sicuramente cambiate, ma in meglio.

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Dai vostri commenti: spunti e riflessioni per ripartire insieme

 

 

di Ambra Sansolini

La relazione tossica con un/una narcisista. Si può tornare ad amare?

In questo periodo di stop del sito, ho avuto modo di esaminare con calma alcuni commenti dei lettori. Dai medesimi è emerso il dolore e la difficoltà di uscire dalla relazione con un/una narcisista. Pertanto, mi sembra opportuno riprendere con alcune testimonianze dirette di chi ha vissuto lo stesso buio, ma è riuscito poi a scorgere la luce.

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L’augurio di buone vacanze. Quando interrompere il passo di marcia nulla toglie alla missione.

 

Si avvisano i lettori che il sito www.violenzadonne.com resterà chiuso fino al 20 agosto. Con l’occasione auguriamo a tutti buone vacanze.

 

di Ambra Sansolini

Sono stata indecisa fino all’ultimo se interrompere qualche giorno il sito web oppure no. Quando ciò che facciamo diventa una missione, non esistono pause o riposi. Ma alcune volte un po’ di distacco serve a riprendere vigore e concentrazione. Sono ormai due anni che scrivo di violenza tra il romanzo “Su ali di farfalla” e questo sito. E non nego che, talvolta, affrontare tale argomento diventa davvero doloroso e complicato.

Leggi tutto “L’augurio di buone vacanze. Quando interrompere il passo di marcia nulla toglie alla missione.”

La violenza compiuta dalle Istituzioni. Quando a pagare sono donne e bambini

 

Articolo tratto dall’Associazione Olafa

Introduzione

Sono ormai innumerevoli a Torino i casi in cui le donne, vittime di violenze, subiscono le umiliazioni e le discriminazioni proprio dalle Istituzioni. È quanto sta accadendo alla Dr.ssa Olga Chernikova, la madre di Alessandro Digiorgio. Il tribunale per i Minorenni della città piemontese ha arrecato un danno enorme a questo bambino, vittima delle torture e dei maltrattamenti da parte del padre e precedentemente da parte degli educatori della comunità “Altalena”. Un oltraggio alla Giustizia italiana e allo Stato. Ogni magistrato dovrebbe essere chiamato a rispondere con coerenza ai reati, applicando le norme adattabili a ogni altro cittadino e quelle inerenti alla qualità di pubblico ufficiale per le fattispecie delittuose, compiute nell’esercizio delle funzioni.

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“Su ali di farfalla”: quando la violenza diventa una lezione d’amore

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

“Su ali di farfalla”: un romanzo che, attraverso la violenza, parla dell’amore. Nessuno si chiede mai quali sogni, speranze e desideri hanno trascinato le donne in storie pericolose. Eppure, è stato proprio il bisogno di donare e ricevere amore a condurle in quel precipizio. Allora, cosa dobbiamo insegnare alle ragazze di oggi? Evitare l’amore equivale a salvarsi dalla violenza?
E soprattutto, in che modo tornare a nutrire il più alto dei sentimenti, dopo che si è uscite dal tunnel?

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Il vademecum della salvezza per le donne vittime di violenza

 

Il romanzo “Su ali di farfalla” offre ai lettori una sorta di vademecum finale nel quale trovare consigli pratici per sfuggire a un uomo violento o, quanto meno, arginare i danni soprattutto in caso di separazione o divorzio con figli in comune.

Il vero dramma della violenza sulle donne è che l’atroce sofferenza  non termina con la denuncia e la fine della relazione. Le azioni malevole del maltrattante continuano attraverso i cavilli di una Giustizia minorile, che al momento regala più spunti di abusi al carnefice che protezione alle vittime di violenza e ai loro figli.

Leggi tutto “Il vademecum della salvezza per le donne vittime di violenza”

Donne: vittime e carnefici per amore

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

L’amore porta le donne a essere vittime. Più raramente carnefici. Cosa spinge una creatura femminile a voler distruggere un’altra simile? Solo l’amore è la porta di ingresso che apre la strada a situazioni pericolose?
Per capire meglio questi drammi, prenderemo in esame le tragiche storie di Sarah Scazzi e Rossana D’Aniello.

L’amore: un sogno tutto al femminile che mette a nudo le nostre fragilità

Nei casi di femminicidio, compiuti da un uomo, l’amore è il laccio con il quale intrappolare la donna. Il più nobile sentimento umano diventa così la maschera preferita dall’aguzzino. Tutto ciò è facilmente attuabile perché esso trova sede soprattutto nel cuore femminile. Sono le donne a crescere fin da bambine con questo sogno, fatto di passione e dedizione. Troppo spesso bisognose di accettazione e cura, l’impellente desiderio di essere amate le trascina in relazioni tossiche, che possono rivelarsi addirittura letali. Per lo stesso motivo, anche se molto più raramente, arrivano a indossare i panni dell’assassino, agognando la distruzione di un’altra donna.

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