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Ti auguro te stessa

Non ti auguro di trovare l’amore

ma te stessa, perché è solo da quel momento

che non accetterai più alcuna violenza.

Non ti auguro di crescere in fretta,

ma di aggiungere ai tuoi anni la fanciullezza:

sarà la bambina dentro di te a difenderti

sempre, in ogni evenienza.

Avevi messo tra i sogni al primo posto

la famiglia, poi ti sei scoperta

completa anche senza.

Non guardare alle ferite passate,

ricorda invece l’amore di cui sei stata capace.

E ogni volta che tornerà la paura

dovrai combatterla con accettazione e cura.

Capiterà che chiuderai il tuo cuore:

non forzarlo e naturalmente si aprirà,

se è amore.

Ti auguro di passare notti insonni per la tua passione,

non per un uomo e la sua magica sparizione.

Ti auguro di cercare qualsiasi spiegazione,

ma non l’assurda giustificazione di chi non ti ha rispettata.

Ti auguro di essere sempre libera delle tue scelte,

grandi e piccole,

nei tuoi desideri più nascosti

e in quello che sceglierai di essere.

Lo sceglierai nel migliore dei modi,

perché sei già stata tutto ciò che non avresti voluto.

Ti auguro di uscire con i capelli spettinati

e senza trucco sul viso,

senza che qualcuno abbia spento il tuo sorriso.

Ti auguro abbracci veri, che riscaldano

l’anima e non la frantumano.

Un giorno lascerai quella casa e ti sentirai smarrita,

ma sarà l’inizio di una nuova vita.

Molte volte dirai che non puoi stare lontano da lui,

supererai quei momenti bui.

Della sua mano ricorderai le carezze

e non le atroci bruttezze di cui pure era in grado.

Allora urlerai contro il mondo intero

che non è stato affatto buono con te.

Imprecherai contro l’amore

e tutte le cose belle della vita

saranno invisibili ai tuoi occhi.

Ti auguro quell’oscurità, perché è da lì

che entrerà il filo di luce vera da dove ricomincerai.

Ti auguro di perderti, di annegare e poi ritrovarti.

Ti auguro di rinascere.

E non sarà facile.

Sarà più faticoso della prima volta che sei venuta al mondo,

ora con quella consapevolezza che ti schiaccia come un macigno.

Ti auguro sempre il coraggio di lottare

anche quando ti sembrerà tutto vano e inutile.

Ti auguro di poterti dare il giusto valore

e agli altri l’onore di starti vicino.

Ti auguro la fiducia:

questa sarà per te la lezione più difficile da imparare.

Ti auguro di essere fiera e ribelle,

come nessuna principessa delle favole è mai potuta essere.

Ti auguro la grinta di reagire per i tuoi figli

e capirai che una mamma serena e completa

non deve essere necessariamente accompagnata.

Ti auguro di scoprire che l’amore vero ha molteplici sfumature

e quello tra uomo e donna è solo una parte infinitesimale.

Ti auguro più verità e meno scuse,

responsabilità e non colpe.

Ti auguro di mantenere intatta la tua innata dolcezza

e ancora la determinazione di batterti per la giustizia.

Ti auguro il sogno di un mondo migliore,

dove sia punita la violenza e il suo autore.

Ti auguro di vedere la meraviglia che sei oggi

con quelle cicatrici e il cuore rattoppato.

Ti auguro di amarti più di quanto hai amato

chi non meritava il tuo cuore:

e sarebbe davvero tanto.

Ambra Sansolini

Leggi anche “Lettera alle donne vittime di violenza”

Approfondisci notizie sulla giornata mondiale contro la violenza sulle donne

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Un narcisista in famiglia: alla ricerca dell’armonia perduta

La famiglia disfunzionale: quando un genitore è narcisista.

Purtroppo, quando all’interno del nucleo familiare è presente una personalità manipolatoria o peggio ancora narcisista, gli equilibri sono appesi a un filo. Si parla infatti di famiglia disfunzionale.

La situazione però cambia notevolmente a seconda del ruolo che ricopre il soggetto patologico. Nel caso in cui è la madre, correre ai ripari è più complicato, poiché in psicologia la figura materna ha sempre un’influenza maggiore sullo sviluppo emotivo ed affettivo dei figli. Va sottolineato inoltre il fatto che qualora vi sia più di un figlio, sicuramente c’è il “bambino d’oro”, ovvero il prescelto da parte del genitore narcisista e purtroppo suo alleato nelle varie forme di prevaricazione e il “bambino capro espiatorio”. Quest’ultimo diventa lo sfogo delle frustrazioni appartenenti alla figura genitoriale abusante, una specie di “cestino emotivo” che raccoglie tutta la profonda tossicità della famiglia disfunzionale. Esistono solo due stelle fisse: il padre o la madre narcisista e il figlio d’oro.

Il doloroso gioco delle parti

In base a cosa viene assegnata la pesante etichetta di figlio d’oro e capro espiatorio? E soprattutto da chi proviene questa scelta assurda? A primo impatto, sembrerebbe naturale dire che tale decisione è frutto del caregiver, ma in verità risulta essere legata anche alle reazioni dei figli. Il capro espiatorio solitamente rappresenta quello che si ribella fin da subito alle carenze emotive di cui è portatore il genitore patologico. Quando poi viene catalogato come la “pecora nera della famiglia”, la sua ribellione accresce in maniera proporzionale ai torti subiti. Ma questo atteggiamento non fa che aumentare l’ostilità del genitore narcisista e si entra in una spirale dalla quale è veramente difficile uscire.

Apparentemente, potrebbe sembrare che sia il figlio capro espiatorio a pagare il prezzo più alto. In verità, ogni componente di un nucleo così mal strutturato, porta per tutta la vita il fardello di questi squilibri familiari.

Leggi anche https://lamenteemeravigliosa.it/famiglie-narcisiste-sofferenza/

Quali sono gli effetti di una famiglia disfunzionale?

Il figlio capro espiatorio, distaccandosi profondamente dal modello genitoriale, diventa portatore di tutto ciò che manca nel padre o nella madre. Sviluppa così una profonda empatia e una propensione al senso di colpa. Un bambino i cui bisogni emotivi vengono ignorati, si ritiene fin da subito immeritevole di amore. Purtroppo, non può disporre dei mezzi atti a capire che è il genitore a essere in difetto e quindi tende a colpevolizzarsi della disastrosa situazione che vive.

Il figlio d’oro, invece, non può essere in grado di sviluppare una sfera affettiva in piena autonomia e continua a vivere in simbiosi con il genitore narcisista. La sua visione della vita risulta completamente distorta, fatta di alleanze e complotti, di vincitori e vinti. A sua volta, sarà un padre o una madre abusante e riterrà i suoi stessi figli un’estensione di sé.

Come recuperare l’armonia perduta?

Un saggio detto recita di non cercare la felicità là dove è stata perduta. Pertanto, risulta impossibile recuperare una piena armonia all’interno della famiglia disfunzionale. Il percorso di guarigione da intraprendere va fatto autonomamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Il guaio è che per la stessa patologia di cui è affetto, il genitore narcisista non accetterà in alcun modo di guardarsi dentro e curarsi. Stessa cosa il figlio d’oro, soprattutto finché potrà avere vicino il suo potente alleato, madre o padre che sia.

Diversa è la questione del figlio capro espiatorio, l’unico che può guardare in faccia questo atroce dolore. Tuttavia, deve restare consapevole del fatto che non riuscirà mai a cambiare una famiglia disfunzionale. Solitamente, questi figli da adulti scelgono di tenere le distanze dai familiari abusanti o comunque di avere il minimo dei contatti possibili.

Vai all’articolo https://www.violenzadonne.com/le-mollettine-rosa-lettera-di-una-figlia-alla-madre-narcisista/

Quali sono i danni a lungo termine sul bambino capro espiatorio?

Che ruolo ha il genitore non abusante?

Troverete le risposte nei prossimi articoli.

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La vertigine del silenzio

Il cambiamento della realtà

Nessuno avrebbe mai pensato che d’un tratto si fermasse tutto. Nell’era della globalizzazione, in cui ogni contatto è realizzabile e anche il più lontano sembra vicino, ti ritrovi invece isolato anche dai tuoi familiari.

  Ogni giorno inizia con la stessa cadenza nel silenzio assordante dell’immobilità. E così, ciò che prima sembrava usuale e persino normale diventa un fardello a tratti insostenibile: i social non bastano più. Inizia a mancarti la chiacchierata di persona, l’abbraccio e la stretta di mano, che troppo spesso prima barattavi con una chat o un like. Ti rendi conto di quante volte per pigrizia  o per l’opportunità concessa dai mezzi di comunicazione, hai scelto di fare una videochiamata anziché andare a trovare qualcuno. Sale la nostalgia per il saluto consueto al fornaio o alla commessa del negozio al quale sei solito andare, perché quelle stesse persone le vedi oggi nascoste dietro a una maschera, che ripara e protegge dai virus e dai batteri, ma cela male la paura. Una paura che diventa tangibile, quando devi chiedere dove si trova un articolo e la reazione spontanea è indietreggiare davanti al tuo interlocutore.

La solitudine del silenzio

Quante volte ci siamo lamentati del traffico, dei ristoranti pieni o delle spiagge prese d’assalto, durante le prime domeniche primaverili. Ora davanti a noi si aprono strade vuote, accompagnate dalle serrande abbassate dei locali. Non ci sono più file perché un virus dalle dimensioni di una macromolecola ha deciso, ex abrupto, di porre un’insormontabile distanza tra gli esseri umani. Così, ci sentiamo tutti più soli e quella tecnologia, che aveva sostituito i rapporti interpersonali, sembra non riuscire a colmare uno spazio e un tempo infiniti.

 Il tempo della consapevolezza

 Eppure, mentre tutto si è fermato come la pausa obbligata di una melodia corale, l’uccellino inizia a cantare di buon mattino e nasce ancora quel primo fiore che avevamo dimenticato. La vita non si ferma, nonostante tutto. C’è un tempo che continua a scorrere anche in quarantena: è quello che possiamo sentire con l’anima. Il battito del cuore, forse accelerato per l’angoscia silente, ci ricorda che siamo vivi. Non è affatto semplice rinunciare alla libertà personale, la medesima che troppe volte abbiamo seppellito per una frenesia che ci ha fatto scordare di noi stessi e di chi avevamo vicino. E proprio oggi, che non possediamo più quel ventaglio ampio di scelte, vorremmo scegliere. Oggi più che mai riacquista valore decidere come impiegare il proprio tempo, fino a qualche giorno fa scippato da una quotidianità che correva all’impazzata verso non si sa bene cosa. Ecco il punto dolente della drammatica situazione che stiamo vivendo: affiorano le domande esistenziali, troppo a lungo soffocate da un caos che riempiva le nostre giornate, svuotandoci dentro. Il problema vero non è cosa posso fare in queste lunghe ore chiuso in casa, ma la missione che ho nella mia effimera esistenza. Tutto si trasforma in domanda, perché mentre si è interrotto un tempo a noi conosciuto e usuale, se n’è aperto uno nuovo: il tempo della consapevolezza. Non è la noia il reale ostacolo, ma la tremenda vertigine di guardarsi dentro. Si disegnano così nuovi confini, che solo apparentemente sono quelli imposti dal decreto legislativo del nostro Premier: si tratta, invece, di trovare collocazione in uno spazio e un tempo propri.

  Quando lo spazio e il tempo diventano infiniti

Lo spazio e il tempo sono le due entità che ha portato a galla questo stupido e infame virus. La distanza e la limitazione degli spostamenti hanno stravolto il nostro piccolo sistema di sopravvivenza, così come quell’ammasso di ore che abbiamo davanti a noi. Ci voleva un’aggressiva macromolecola per prendere coscienza del tempo che passa, perché quegli attimi che ora appaiono eterni, entreranno anch’essi in quell’enorme cassetto, chiamato passato. Doveva venire una pandemia per farci affiorare alla mente l’importanza delle persone anziane e il tangibile fatto che invecchiamo. Il temibile coronavirus ha spezzato l’apparenza e ci ha posto di fronte al nostro essere più autentico. E allora a nulla serve ostentare una perfezione che non esiste, in quanto siamo maledettamente e splendidamente umani. Forse solo ora ci sembrano istanti persi, quelli spesi a giudicare qualcuno di cui in fondo si conosce ben poco. In questo tragico momento storico temiamo per la salute dei nostri genitori e nonni, pilastri saldi di una società troppo fragile. Fragile perché lontana dal senso vero della vita, che è nelle piccole cose. Il virus ci ha messo di fronte alla debolezza non solo del corpo, ma dell’anima. E mentre le nostre membra possono cedere a causa di un’invasione virale sconosciuta, la nostra anima traballa in presenza dell’ignoto.

Analogie con la poetica leopardiana

La conoscenza è un altro elemento con cui facciamo i conti in questa realtà. E per quanto la nostra epoca possa conoscere tutto, c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo umano. «Ahi ahi, ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema, e assai più vasto l’etra sonante e l’alma terra e il mare al fanciullin, che non al saggio appare.» ( G. Leopardi “Ad Angelo Mai”). Sono questi i giorni del caro immaginar leopardiano, durante i quali puoi affacciarti dalla finestra e fantasticare su ciò che si nasconde dietro la siepe. Nessuna pandemia riesce a incatenare la mente e il pensiero. E allora è giunto anche il tempo di guardare con occhi nuovi un illustre poeta come Leopardi: genio, non perché divoratore di libri, ma grande anticipatore dei secoli futuri. I suoi versi sembrano essere stati scritti per ciò che stiamo vivendo. In molti potrebbero pensare che il sommo poeta sia legato a questi nefasti giorni per il pessimismo cosmico con il quale ormai viene etichettato da secoli. E invece voglio riallacciarmi alla poetica leopardiana per regalare a tutti una ventata di positività e coraggio. «[…]Ma sedendo e mirando, interminati/spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo; ove per poco/il cor non si spaura. […]» (“L’infinito”). Smarrimento. Il cuore del poeta si smarrisce davanti all’infinito, procurato da quella siepe che preclude lo sguardo e apre le porte all’immaginazione. Siamo smarriti anche noi, poiché le limitazioni di spazio e tempo che ci sono state imposte, hanno spalancato uno spazio e un tempo infiniti. E allora cosa dobbiamo fare davanti a questa sensazione di sconforto e paura? La risposta è nei versi conclusivi del canto: «[…] Così tra questa/immensità s’annega il pensier mio:/e il naufragar m’è dolce in questo mare.» Abbiamo perso l’identità, perché sono venute meno le coordinate spazio-temporali e quindi naufraghiamo nell’immensità, sprofondiamo. Ma possiamo salvarci da quel senso potente di paura, solamente se ognuno di noi accetta questo annullamento di sé come il più dolce degli abbandoni. Ecco la soluzione positiva e propositiva del genio romantico, fedele alla sua idea di piacere. Se la felicità, è sempre una felicità mancata per la presenza di uno spazio e un tempo tangibili, che ce la portano via, allora la felicità non è che la perdita di sé davanti all’infinito: infiniti spazio e tempo.

Il potere del ricordo

Corrono lenti e pesanti i giorni del ricordo: chi di noi non ha speso un po’ del suo tempo a pensare a come era la sua vita fino a qualche giorno fa? Solitamente, i momenti difficili sono quelli durante i quali ci aggrappiamo più forte a un passato felice. Solo quando sopraggiungono   eventi drammatici, usciamo per un attimo dalla nostra individualità per sentirci tutti parte del medesimo destino. In fondo, oggi, tutto ciò che avevamo prima ci sembra un’illusione, ormai caduta davanti alla verità. La malattia e dunque la fragilità del nostro corpo umano ci uniscono in una sofferenza corale, davanti alla quale non esiste alcuna distinzione di sesso, età o ceto sociale. «[…]Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,/da chiuso morbo combattuta e vinta,/perivi, o tenerella. E non vedevi/il fior degli anni tuoi; […]». Nella lirica “A Silvia” la musa ispiratrice di Leopardi muore in giovane età a causa di un “morbo”, che nello specifico era la tisi. «[…]Quale allor ci apparia/la vita umana e il fato!/Quando sovviemmi di cotanta speme,/un affetto mi preme /acerbo e sconsolato,/e tornami a doler di mia sventura./ O natura, o natura,/perché non rendi poi /quel che prometti allor? Perché di tanto/inganni i figli tuoi?[…]» Allo stesso modo ci sentiamo noi in tale avversità mondiale, chiusi nel dolore che ci procura la memoria delle speranze passate.

Il doloroso inganno

Ci trasciniamo in queste pesanti ore con la tremenda sensazione di aver ricevuto un profondo inganno. Ma da chi? Nella realtà che ci accomuna, sono state create varie tesi complottistiche. Ma che sia l’America, la Cina o non si sa quale assurdo potere a volere tutto questo, intanto l’unica cosa certa sono i limiti del nostro corpo di fronte a certi eventi naturali, persino in presenza di una subdola macromolecola. Tutto ciò perché è nella natura stessa dell’essere umano avere delle debolezze, che troppo spesso dimentichiamo. Anche il poeta si lascia andare a una serie di interrogativi, gli stessi che attanagliano la nostra mente: «[…]Questo è quel mondo? Questi/i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,/onde cotanto ragionammo insieme?/Questa la sorte dell’umane genti?/All’apparir del vero/tu, misera, cadesti: e con la mano/la fredda morte ed una tomba ignuda/mostravi di lontano.» La memoria delle cose belle passate, messa a confronto con un presente funesto, incute un senso di angoscia e smarrimento,   ma anche di vago e indefinito. Si tratta dello stesso processo de “L’infinito”, questa volta inserito nella cornice del tempo: lasciare affiorare alla mente i ricordi, persino in un presente certo e oscuro, significa oltrepassare i limiti temporali e immergersi nell’eternità. Anche noi dovremmo oltrepassare la scadenza delle ore e dei minuti, nella quale siamo imprigionati, per tuffarci nel tempo interiore, che è infinito e non ha confini.

Leopardi ci regala così la certezza che un domani prossimo anche il ricordo di questo tremendo momento storico potrà essere gradito e dolce, perché alleggerito dai contorni indefiniti della memoria e in ogni caso testimonanza di come la vita vada sempre avanti, nonostante tutto. «[…]E pur mi giova/La ricordanza, e il noverar l’etate/Del mio dolore. Oh come grato occorre/Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/La speme e breve ha la memoria il corso,/Il rimembrar delle passate cose,/Ancor che triste, e che l’affanno duri!» (“Alla luna”).

Quel mostro chiamato noia

Il fardello, avvertito in questi giorni di isolamento obbligato, è la noia. Tema anch’esso affrontato nella poetica leopardiana con il componimento “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: «[…] Se sapessi parlare, allora io ti chiederei:/dimmi, perché ogni animale che riposa e/ozia è contento/e io, invece, se giaccio comodamente/sono assalito dalla noia?[…]» In questi versi, gli interrogativi dell’uomo moderno coincidono con un essere primitivo come il pastore e sono rivolti alla luna. Leopardi formula, infatti, una serie di domande esistenziali, forse le stesse che ci stiamo ponendo in questo periodo. Viene così fuori la netta differenza tra la condizione umana e quella animale, la prima caratterizzata dall’assenza di pace e riposo anche in uno stato di “ozio”: a cosa è dovuta questa intrinseca irrequietezza? Essa nasce dalla conoscenza, dalla memoria e dalla paura. «[…]O greggia mia che posi, oh te beata,/che la miseria tua, credo, non sai!/Quanta invidia ti porto!/non sol perché d’affanno/quasi libera vai;/ch’ogni stento, ogni danno,/ogni estremo timor subito scordi;/Ma più perché giammai tedio non provi. […]»

Una sofferenza che unisce

Quanti di noi, in queste tediose ore, sono stati attaccati ai telegiornali e a qualsiasi fonte di notizie? Quanto è cresciuto il dolore all’accrescere della conoscenza? Personalmente, ho provato una sana invidia davanti alla serenità degli animali. Ci sono stati attimi nei quali avrei preferito essere un gabbiano o persino un gatto di strada, libero di vagare e conoscere il vero, senza che questo sia filtrato da un’informzione troppo spesso incompleta e fallace. Ma anche questa illusione, come tutte le illusioni, non dura che un attimo. In fondo, gli esseri viventi del nostro pianeta sono sotto la stessa luna e quindi hanno il medesimo destino: «[…]O forse erra dal vero,/mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:/Forse in qual forma, in quale/stato che sia, dentro covile o cuna,/è funesto a chi nasce il dì natale.»

Come un fiore nel deserto

C’è un filo invisibile che ci accomuna tutti ed è proprio la sofferenza. Allora in cosa dobbiamo trovare la forza di andare avanti? Da dove nasce ancora la speranza? Se sboccia un fiore nel deserto, tutto è possibile. Ecco che il pensiero leopardiano si chiude con la canzone “La ginestra, o il fiore del deserto”. Allora le pendici del Vesuvio, cantate nella lirica, diventano le punte della corona di questo temuto virus e ciascuno di noi può essere simbolicamente rappresentato da quella ginestra. «Qui sull’arida schiena/del formidabil monte/sterminator Vesevo,/la qual null’altro allegra arbor né fiore,/tuoi cespi solitari intorno spargi,/odorata ginestra,/contenta dei deserti.[…]» Quel fiore è la vita che si aggrappa alla vita anche a seguito di una catastrofe, è l’animo nobile che dobbiamo  tirare fuori in questa pandemia, senza aggiungere odio e rabbia all’atroce dolore. Il poeta ci viene in aiuto, suggerendo di guardare la verità e quindi dichiarare nemica solamente la natura, alleandoci gli uni con gli altri in una “social catena”. Basta un attimo per diventare piccoli come le formiche, schiacciate accidentalmente dal frutto che cade dall’albero. Pertanto, l’unica salvezza è piegarsi di fronte certi eventi drammatici, senza tuttavia smettere di resistere. Occorre adattarsi a certe realtà, come a questa che ci vede relegati in casa. La ginestra è la saggezza di riconoscere i propri limiti, non sprofondando all’apparire delle umane fragilità. Spuntano come fiori, nel deserto delle città italiane, cartelloni con arcobeleni e scritte “andrà tutto bene”.

Il coronavirus e quella violenza silente

Da più di due anni dedico la scrittura al delicato tema della violenza contro le donne. Pertanto, anche in questa tragica vicenda il mio pensiero vola verso le creature femminili che per far fronte all’emergenza mondiale sono costrette a stare in casa con il loro abusante. Mi chiedo continuamente cosa stiano vivendo i bambini, ingiustamente sottratti ai loro genitori e chiusi nelle case famiglia. I tribunali e l’intera macchina della giustizia si sono bloccati. Mi piace sperare che i Giudici e i Servizi sociali impieghino queste ore per riflettere sulle loro decisioni, prese freddamente dall’alto di un ruolo, ormai destrutturato e rimpicciolito da qualcosa di così grande come la pandemia. Mi auguro che la momentanea privazione della libertà personale possa cambiare qualcosa in chi finora l’ha arbitrariamente tolta agli altri.

È capitato spesso, in questi giorni, di accostare lo stalking che ho subìto anni fa alla recente condizione di isolamento. La prima differenza che ho riscontrato riguarda la modalità della solitudine: negli atti persecutori sai da chi difenderti, invece durante una pandemia, per quanto ti munisci di guanti e mascherina, non sai contro chi combatti. Manca il volto del persecutore, poiché è invisibile all’occhio umano, ma sai che c’è. Sei impossibilitato dal prevedere le mosse dell’aguzzino, in quanto le medesime non possono inquadrarsi in azioni reiterate. Il virus è legato all’imprevedibilità e arriva a farti vedere come nemico persino il magazziniere del supermercato o il vicino di casa. Per quanto lo stato di allerta sia comune alle due situazioni, ti accorgi che questa volta è più alto. Non sai dove guardarti, non basta più prestare attenzione a ciò che accade alle tue spalle. Contro chi o cosa ci stiamo difendendo? Perché è accaduto tutto questo? L’unica certezza è che si tratta di un maledetto virus aggressivo. Sempre una forma di violenza, ma silente e subdola. L’unica salvezza che ci viene proposta è di evitare il contatto con le altre persone. E allora stavolta posso asserire a piena voce che tu, coronavirus, sei peggio di un narcisista maligno. Per combattere non basta attuare il “no contact” nei tuoi confronti, perché ci costringi a stare lontani gli uni dagli altri. Non serve evitare di reagire alle provocazioni o fare la tecnica del “sasso grigio”: riusciresti a colpirci, anche se mostrassimo indifferenza alla tua presenza incombente. Non accusi apertamente, ma sei riuscito a farci sentire colpevoli di vivere. E quindi hai costretto tutti a giustificarsi, persino davanti alla necessità di acquistare del cibo. Scusa se respiriamo; ti chiediamo scusa, se ci piace stare all’aria aperta. Il tuo essere così camaleontico e mutabile nei vari organismi viventi lascia spazio al gaslighting: dubitiamo delle nostre stesse sensazioni corporee, ci sentiamo ammalati anche se non lo siamo, alcuni sono affetti dalla tua invasione e non presentano sintomi. Ci hai tolto ogni verità e certezza. La violenza psicologica alla quale hai sottoposto l’intera popolazione mondiale destabilizza e mina l’identità personale. Siamo confusi davanti a tanta soggiogazione e ormai persino dipendenti dalle tue sadiche mosse. Quanto gioisci nel vederci tutti attaccati alla TV a sentire i tuoi sviluppi? Non ho lasciato che il mio stato emotivo dipendesse dal narcisista maligno e ora dovrei accettare che sia legato a te?

Perdere tutto significa rinascere

Nella mia esperienza di violenza, ho provato sulla pelle cosa significa essere privati della propria libertà e quotidianità. Da allora so per certo che solo quando perdi tutto, puoi rinascere davvero. Quindi, nemico microscopico che oggi indossi la corona, sappi che da questi inermi bruchi, quali ci hai ridotto, nasceranno solo farfalle libere. Lepidotteri consapevoli delle loro ali e di quanto, forse, costi caro questo volo. Ma voleremo. E quando tutto ciò sarà finito, ci abbraceremo più forte, apprezzeremo tutte le piccole cose e saremo persone migliori.

Un saggio pratico per non far sentire sole le donne vittime di violenza

Quanto spesso capita a una donna, dopo essersi separata da un soggetto narcisista e violento, di dover condividere l’affidamento dei figli con lo stesso? Una condivisione che inevitabilmente condurrà a nuove vessazioni e a un protrarsi della violenza, alla quale si sperava di avere messo la parola fine. Una violenza così sottile da parte di un aguzzino così furbo e subdolo da non essere facilmente individuabile e tale da far sì che ci si ritrovi con pochi mezzi a disposizione per la propria difesa. Una battaglia dunque non solo difficile da combattere ma la cui posta è alta, altissima: il benessere del minore e il diritto alla maternità. […]

Non è un saggio costruito in astratto, bensì illustra le diverse problematiche che si potrebbero presentare di volta in volta nella gestione condivisa dei minori e in che modo l’uomo potrebbe remare contro l’ex compagna, mettendole i bastoni tra le ruote senza esitazione, un atteggiamento incontrollatamente e totalmente distruttivo.

“Ma un narcisista maligno non si accontenta di vincere, ama stravincere. Per questo motivo, sceglie spesso di comunicare in maniera perversa i piani. Sa benissimo che il suo modo di esprimersi è pressoché incomprensibile, ma è altresì certo di come il medesimo può generare nell’interlocutore smarrimento , angoscia e timore. Solitamente dice senza dire: fa allusioni, parla in modo generico, risulta vago e indefinito nel suo incedere. Eppure, non sa fare a meno di sentire lo spavento che cresce nella vittima. In effetti, la paura e la rabbia sono i lacci più potenti con i quali tiene legata a sé la preda.”

Nel libro oltre alle numerose riflessioni in merito all’argomento, uno spazio di rilievo è ricoperto dalla comunicazione linguistica: con acume e sensibilità vengono evidenziati i fini minatori del narcisista mascherati tra le righe di alcune mail riportate, allo stesso tempo l’autrice fornisce consigli per sapervi rispondere in modo da non cadere nella trappola ben elaborata.

Dunque, il saggio è un’opera estremamente pragmatica, aspetto che viene esaltato ancor più dalla prosa asciutta, limpida e alla portata di tutti. Una lettura che consente di approfondire questioni di cui si parla poco o molto spesso accantonate con superficialità.

Non bisogna dimenticare quale sia il fine ultimo della Sansolini: stare vicino alle donne che si trovano a subire le angherie degli ex partner circa l’affidamento, mostrare loro di non essere pazze e fornire comprensione e spunti per superare la situazione in modo vittorioso; perché se da un lato il libro delinea uno scenario scuro, dall’altro è un invito a farcela e a non cedere.

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Un manuale pratico per salvare sé stesse e i propri figli dal narcisista patologico

[…] Attraverso questo manuale, l’Autrice si propone di fornire alle sue lettrici, che si ritrovano a vivere situazioni complesse e difficili con un ex dalla personalità narcisista patologica, un valido aiuto per individuare i meccanismi perversi attuati dall’ex e che potrebbero continuare a condizionarla e renderla infelice e vittima. È difficile affrancarsi da un ex perverso o psicopatico, ma – assicura la scrittrice – è un processo non soltanto necessario ma catartico, che permetterà alla donna di non essere più una preda ma di acquisire nuove consapevolezze su sé stessa, sui propri limiti e fragilità, ma ancora più sui propri punti di forza, che nessun ex marito malvagio e sadico deve permettersi di calpestare e umiliare.

È un manuale di agevole lettura, davvero molto interessante, che chiarisce il modus operandi da tenere per neutralizzare i colpi dell’ex partner carnefice, che non sopporta l’idea che colei che egli considerava una sua proprietà possa rifarsi una vita senza di lui e avere un’indipendenza sociale ed economica.

Un essere così cosa farà se non usare i figli in comune per far del male alla donna?

La Sansolini riporta diversi esempi pratici di dialoghi scritti tra la preda e l’offender, analizzandoli e ponendo in evidenza le sottigliezze, i messaggi nascosti e sempre manipolatori e umilianti che si celano dietro le parole infide e false di lui. […]

Il testo fornisce indicazioni molto concrete e pratiche su come reagire e rispondere nelle varie situazioni in cui emerge la natura sadica e manipolatrice dell’offender.

[…] La giornalista ha scritto un testo che, a mio modesto avviso, contiene “istruzioni” davvero molto concrete e valide, adatte a incoraggiare le donne che si trovano in questa situazione complessa e frustrante, affinché riconoscano con chi hanno a che fare, quali armi perverse vengono usate contro di lei, quali tipi di ricatti emotivi, psicologici, economici ecc…, e come fare per non soccombere , ma anzi per rinascere più consapevoli e forti. Per il proprio bene e anche per quello delle povere e innocenti creature coinvolte in questa triste realtà.

Ho apprezzato molto il voler mettere l’accento sul fatto che anche se il percorso verso la libertà sia costellato da lacrime , delusioni, paure ansietà , esso meriti di essere portato avanti perché c’è la possibilità di uscire fuori dal tunnel; saranno necessari coraggio, forza di volontà, determinazione, ma ne varrà la pena, perché “sopravvivere a un uomo simile fa sicuramente, di noi, donne più forti e sicure”.

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Il racconto di un'”anti-favola” come inno alla vita

Ambra Sansolini, attraverso la storia di Agnese, ci racconta un'”anti-favola”: non c’è nessuna principessa addormentata o principe azzurro pronto a salvare la sua bella; nessuna fata buona e chi dovrebbe ricoprire il ruolo del buono (vedi le assistenti sociali) spesso non se lo ricorda, o peggio, aiuta i cattivi. È l’anti-favola per eccellenza e purtroppo è a tutti noi nota: quasi ogni giorno, con nostro grande rammarico, veniamo raggiunti dall’eco di cronache nere provenienti da varie parti dell’Italia e del mondo, aventi come protagonista principale, la violenza contro le donne. L’autrice, con calma e meticolosità, si mette a tavolino e dipana la matassa di questa agghiacciante piaga sociale; scioglie tutti i nodi e rende chiari ai lettori , ma soprattutto alle vittime che non hanno il tempo di rendersene conto, gli ingranaggi perversi che mettono in moto questa macchina di dolore e morte. Finalmente, possiamo gettare uno sguardo nel dietro quinte, prima che venga messa in scena questa tragedia; conoscere cosa è nascosto nell’animo dei suoi attori. […] Con una minuzia di particolari degna di un detective l’autrice ci svela l’identità psicologica di quest’uomo: il suo disturbo di personalità narcisistico perverso, che è una costante in questi uomini violenti. Più che il racconto di una storia di violenza su una donna nello specifico, questo libro è l’analisi a posteriori di una cronaca più vasta, che abbraccia varie storie con un minimo denominatore comune, il non amore. La voce che si ode tra queste pagine non è solo quella di Agnese: è quella di tutte le donne che si sono trovate nella sua stessa situazione. Con continui riferimenti legislativi, psicologici, socio-culturali, l’autrice fa luce su un dramma quasi taciuto, vissuto all’interno delle quattro mura domestiche. Fa comprendere ai lettori come purtroppo si arriva spesso agli atroci epiloghi che siamo abituati a leggere sui giornali; il calvario di queste donne viene analizzato senza far sconti a nessuno. Con fermezza Ambra Sansolini denuncia le falle di un sistema giudiziario, di assistenza sociale, delle forze armate dello Stato ancora acerbo, sordo al grido di dolore di queste donne bisognose d’aiuto.
Questa rabbia inespressa verso l’ingiustizia sociale si ripercuote sullo stile e il ritmo narrativo incalzante, pieno di domande, di perché che nella vita reale non hanno trovato riscontro. […]
L’autrice tiene molto a mostrare le caratteristiche psicologiche dell’uomo violento, che rappresenta un vero e proprio pericolo per la società tutta, così da poterlo riconoscere e vincere. […] Conoscere il nemico è il primo atto per non capitolare e “Su ali di farfalla” ci dà tutti gli strumenti per capire e sapere. Non aspettatevi da queste pagine descrizioni di violenze fisiche o psicologiche; non sgorgheranno mai le lacrime fini a sé stesse di chi subisce violenza. Agnese non reciterà mai il ruolo della vittima: è una donna che vuole evolversi, perdere il suo aspetto da bruco e diventare farfalla per prendersi finalmente i suoi spazi. Un libro per gli amanti del saggio e delle scienze sociali , per chi odia i dialoghi (del tutto assenti); un libro che è un inno a non arrendersi mai , a usare lo studio e la conoscenza come strumento di difesa personale. Per chi ama la vita e non si lascia mai piegare, buona lettura!

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Libro comunicato stampa

Il secondo libro di Ambra Sansolini “Manuale di sopravvivenza”: un compendio di consigli pratici per le donne vittime di violenza, che hanno figli con il narcisista patologico

                                     

Finalmente pubblicato un libro che offre alle donne vittime di violenza le soluzioni per gestire i figli con il carnefice, dopo la fine della relazione.

A febbraio 2021 in tutte le librerie on line, su Amazon e presso la Feltrinelli (su ordinazione) sarà disponibile il secondo libro di Ambra Sansolini “Manuale di sopravvivenza. Come liberarsi dalla trappola del narcisista, quando l’arma sono i figli”, che fornisce una serie di consigli e soluzioni pratiche per aiutare le vittime a salvare sé stesse e i loro figli dalla manipolazione mentale dell’uomo violento.

Ambra Sansolini ha già affrontato il tema della violenza sulle donne nel suo primo romanzo “Su ali di farfalla” (2018). Questa volta ha approfondito il medesimo, facendo luce su un tipo di violenza di cui nessuno parla e che inizia dopo la denuncia per maltrattamenti o comunque allo scioglimento del nucleo familiare. Si tratta di una grave forma di abuso psicologico ed economico, che le vittime sono costrette a subire in nome dell’affido condiviso, grazie al quale viene offerta al carnefice l’arma per distruggere la preda: i figli. Il manuale rappresenta un’ancora di salvezza per affrontare la comunicazione tossica del narcisista patologico e sfuggire alle sue innumerevoli trappole. Un libro che le donne potranno sempre avere con loro per non sentirsi mai più sole.

Per acquistare il libro vai al link https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/manuali-e-corsi/580185/manuale-di-sopravvivenza-5/

 Per visitare la pagina dell’autore clicca su https://ilmiolibro.kataweb.it/utenti/410203/ambra-sansolini/

Tra pochi giorni il libro sarà acquistabile anche su Amazon, in tutte le librerie on line e presso la Feltrinelli su ordinazione.

Sul sito ilmiolibro.it è possibile leggere gratis le prime pagine del libro (Tasto “Inizia a leggere” presente in ogni scheda libro). Inoltre, tutti i libri appena pubblicati entrano nel programma Talent scout. Questo vuol dire che saranno disponibili in lettura gratuita (solo online, non è possibile scaricare l’opera) per i primi 30 lettori e per un periodo limitato di 30 giorni.

Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/ambrasansolini.violenzadonne

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La famiglia disfunzionale: evoluzione-involuzione dei membri.

Il bambino capro espiatorio e la spirale della manipolazione

Come evolve una famiglia disfunzionale, in cui uno dei due genitori è manipolatore? Il bambino capro espiatorio da adulto avrà una bassa autostima e inconsapevolmente si troverà in relazioni in cui sarà presente un individuo manipolatore. Non smetterà di cercare conferme fuori, quelle stesse che non ha ricevuto dal genitore abusante. Sarà in questa faglia, che si inserirà scaltramente il narcisista patologico. Carnefice e vittima, spesso, hanno alle spalle la stessa famiglia disfunzionale. Il loro polo di attrazione ruota proprio attorno a quella medesima ferita, alla quale i due soggetti hanno reagito in maniera speculare e opposta. Pertanto, si tratta di un incastro quasi perfetto, incapace di generare un amore sano e autentico.

Il figlio d’oro e l’illusione della perfezione

Dall’altra parte, il figlio prediletto dal genitore manipolatore, ossia il figlio d’oro, avrà gli stessi tratti prevaricatori e non riuscirà mai a costruire un rapporto a due. Infatti, l’unica coppia degna di esistere è quella simbiotica di origine. Non c’è spazio per nessun altro. In una catena vorticosa, a sua volta, quando avrà figli ripeterà il medesimo fenomeno, percependo questi come un prolungamento di sé stesso. Resterà sempre deluso dalla realtà circostante, proprio perché totalmente appagato dall’illusione di perfezione, ricevuta fin dall’infanzia.

Vai all’articolo “Un narcisista in famiglia: alla ricerca dell’armonia perduta”

Il genitore disfunzionale

Tra tutti i membri della famiglia è quello meno in evoluzione, che da una parte continuerà a vantarsi della finta perfezione del figlio d’oro e dall’altra potrà sempre dare sfogo al suo cronico vittimismo, tramite le circostanze infauste del figlio capro espiatorio. Totalmente incapace di un ravvedimento, negherebbe anche il bisogno di un aiuto psicologico, in virtù di quella intoccabile perfezione di cui si sente portatore.

Nei confronti del coniuge o partner, presenta lo stesso attaccamento malato che ha con la prole e più che a una relazione tra adulti, siamo di fronte a un’errata riproduzione del rapporto genitore/figli. Infatti, può rappresentare per il/la compagno/compagna il genitore prevaricatore oppure il figlio d’oro.

Il genitore non disfunzionale

Resta un’impresa ardua gestire un nucleo familiare in cui vi sia un manipolatore. Purtroppo, è impossibile arginare i danni di una famiglia disfunzionale. Il genitore non patologico può essere, soprattutto per il figlio capro espiatorio, un porto sicuro: l’unico vero punto di riferimento nella sua crescita. Attutisce gli urti provenienti dalla subdola alleanza tra genitore manipolatore e figlio d’oro, così come è responsabile di quel briciolo di autostima del figlio maltrattato. I danni si amplificano qualora il genitore “sano” non è più presente a causa della separazione o in caso di decesso.

Processo di consapevolezza: chi di loro può?

Il bambino capro espiatorio potrà da adulto iniziare un processo di consapevolezza, anche con un aiuto psicologico. Sicuramente è quello che più pagherà i danni della famiglia disfunzionale, ma al quale è concessa la salvezza. Nella sua evoluzione vera, dopo la presa di coscienza di quanto accaduto, si assiste a una forte degenerazione del rapporto con il genitore manipolatore. Solitamente, il figlio riduce i contatti ai minimi termini. A nulla serve il suo sforzo di far capire la realtà al padre o alla madre manipolatore/manipolatrice. Non ci saranno sensi di colpa, richieste di perdono o riconoscimenti degli sbagli. Il perdono è un cammino che quell’adulto, ormai forte proprio grazie a ciò che ha subìto, deve fare da solo.

Il figlio d’oro resterà per sempre intrappolato negli effetti della famiglia disfunzionale, perpetrando l’infelice spirale.

Il genitore non disfunzionale può intraprendere il processo di consapevolezza, ma in quanto partner dell’abusante, sicuramente il suo cammino è più complicato rispetto a quello del figlio capro espiatorio. Tale evoluzione richiede comunque la necessità di rivedere la coppia stessa e apre un’ampia possibilità alla chiusura del rapporto.

Nel buio totale, insieme al figlio d’oro, resta invece il genitore manipolatore, convinto della sua indiscutibile perfezione. Continuerà a proferire di amare i figli tutti allo stesso modo.

Conclusione: una macchina di dipendenza

La famiglia disfunzionale si presenta, quindi, come una dolorosa macchina di dipendenza. Attraverso stili di attaccamento totalmente errati, inconsapevolmente prepara il terreno alla violenza psicologica del narcisista.

Leggi l’articolo sulla dipendenza affettiva

Uscire dalla dipendenza affettiva non è facile, ma sicuramente possibile. Tra tutti i membri del nucleo familiare, il figlio capro espiatorio è l’unico in grado di evolversi veramente. Si tratta di un’evoluzione inconsapevole, almeno all’inizio, che esordisce durante l’infanzia e dalla quale scaturisce l’etichetta stessa di “pecora nera della famiglia”.

La rinascita del capro espiatorio

Come in ogni forma di violenza psicologica, colui che se ne ribella viene fatto passare per matto o sbagliato. Pertanto, l’evoluzione necessita di una seconda fase, incentrata sulla consapevolezza di quanto accaduto in famiglia. Solo da qui ha vita la rinascita. Il capro espiatorio, dopo essere stato anche preda del narcisista, riesce finalmente a metabolizzare quanto avvenuto e a capirne i motivi. Tale razionalizzazione è capace di spegnere tutto il dolore e la rabbia che derivano da esperienze simili. Solo da questo momento è possibile dire e promettersi “mai più”.