Amarsi per amare: come prevenire la violenza sulle donne

Amarsi per amare e non cadere nella trappola della violenza

 

di Cristina Cannas

Introduzione

Oggi riportiamo un’analisi dettagliata del fenomeno della violenza domestica, effettuata da Cristina Cannas. Una donna che, per esperienza personale e attraverso i racconti di altre donne, ha rilevato alcuni tratti ricorrenti all’interno di questo pericoloso meccanismo. Ci ha fornito dei preziosi spunti di riflessione, partendo dal racconto della storia personale di una sua amica, il cui nome “Maria” è puramente di fantasia.

La gabbia dorata

Quando ho avuto l’occasione di parlare con Maria, mi ha detto che aveva sfiorato l’inferno. Era in una “gabbia dorata”, come la canzone di Tiziano Ferro, le cui parole recitano: “Ho vissuto tanti anni in una gabbia d’oro, sì forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero”. Chiunque dall’esterno poteva giudicare il suo rapporto invidiabile. Quante donne, sono imprigionate ancora in un legame che la gente da fuori, definirebbe “perfetto”?

Pregiudizi sociali

Da queste parole, ho capito che esiste una specie di automatismo, per cui se sei giovane, carina, hai un bel marito, con un buon lavoro, una bella casa, un’auto lussuosa e puoi permetterti di viaggiare o fare shopping, non puoi non essere felice e appagata. Cosa ti manca? Hai tutto e se ci rinunci, sei stupida.

Perdersi per il sogno di un amore

Invece non c’è nulla di automatico. Spesso per compiacere quel marito che non ti fa mancare nulla di materiale e che dimostra il suo sentimento con scenate di gelosia immotivata, si finisce per rinunciare ogni giorno a un pezzo di sé stesse. Il problema è che spesso tutto ciò viene interpretato dalla donna come un sacrificio necessario per tenere vivo l’amore dell’altro. Il risultato è che alla fine, ti ritrovi con una montagna di rimpianti, che t’impedisce di vedere oltre, là dove ci sono infinite altre possibilità per essere davvero felice.

La diversità

Maria si è definita vittima dei suoi sentimenti, più che di un compagno violento o cattivo. Ha asserito che forse non erano compatibili per una relazione. La loro spiccata diversità caratteriale, unita alle difficoltà quotidiane, li ha quasi portati all’autodistruzione. In questa opposizione, un po’ come il giorno e la notte, Maria e suo marito, erano convinti di completarsi. E invece tale diversità si è rivelata deleteria.

L’altalena tra violenza e passione

Ella ha esplicitamente dichiarato di non aver subito chissà quali violenze o abusi. Nello specifico, a livello fisico, ha detto di aver preso qualche schiaffo, ma di averne anche dati. Le litigate più furiose, finivano puntualmente con altrettanta intensa passione.

Il giudizio degli altri

La giovane donna, ha fatto poi esplicito riferimento ai campanelli d’allarme, che stando alle sue testuali parole, già le trillavano in testa. Ma per compiacere tutte le persone attorno, parenti e amici, evitando di dare loro una delusione e un dispiacere, ha finto di non sentire quei segnali. Li ha ingannati, autoingannandosi, con la classica scusa che le cose sarebbero migliorate con il tempo.

La presa di coscienza

Non poteva definirsi infelice, ma neppure felice. Nel momento in cui ha preso consapevolezza della sua reale condizione, nonostante un’apparente vita di coppia brillante, è fuggita dalla gabbia dorata. Si è resa così conto che, per ottenere quella vita luccicante in superficie, era arrivata a farsi odiare da suo marito. Stessa cosa, aveva fatto lui, trascinato anche dalla compagna. Alla base vi era il desiderio di realizzare a tutti i costi ciò che in fondo piaceva agli altri, più che a loro stessi.

Uscire dalla gabbia dorata: si può

Il vero cambiamento è iniziato quando Maria ha capito finalmente di dover amare più sé stessa che un sogno d’amore. Ha descritto questo momento cruciale come la fine di tutto: dell’illusione, di un sogno, di un progetto di vita in cui aveva investito tutte le energie. A tutto questo, è seguito il senso di colpa e la frustrazione per un fallimento totale. Però la sua immensa voglia di esprimere la vera Maria, è stata più grande dello sconforto. Il desiderio di tornare a vivere davvero, stava superando persino la paura del giudizio altrui e del dolore che avrebbe arrecato ai parenti, con la sua ferma decisione.

Oltre la montagna

In quel momento, c’era solo Maria. Era la sua personale battaglia. Finora aveva lottato contro il marito, perché ammettere di dover lottare prima contro sé stessa, era troppo difficile e doloroso. Ora però era sola e fremeva nell’oltrepassare la montagna di rinunce di una vita fondata sull’apparenza. Agognava di vedere cosa ci fosse oltre. La sofferenza riguardava solamente lei.

La violenza psicologica

Mi ha riferito una frase che il partner le ripeteva spesso: “La gente fuori ti apprezza, perché non sa come sei veramente”. Queste parole equivalevano a un pugno sferrato all’anima. Nonostante il dolore provocato dalla grave forma di violenza psicologica, ella è riuscita a salvaguardare la sua autostima. Sapeva benissimo che il marito l’accusava di non essere come voleva lui. Avrebbe dovuto mostrarsi più remissiva e dipendente dalla figura maschile. Avrebbe dovuto recitare la parte della “mogliettina devota”. E invece Maria, nonostante una vita di coppia fondata sull’apparenza, non ha mai perso la sua schiettezza e sincerità. E questa è stata la sua salvezza. Era rimasta incredula nel vedere come le sue qualità, fossero apprezzate da tutti, fuorché dalla persona che diceva di amarla e che voleva invecchiare con lei.

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La rinascita

Le ho chiesto allora cosa il marito amasse di lei. E non mi ha dato risposta. Le ho chiesto cosa lei amasse di lui. E non è riuscita a darmi una spiegazione. In ogni caso, ciò che veramente conta, è che Maria ora abbia oltrepassato la montagna e si trovi a valle. Oggi finalmente è felice, al fianco di una persona che non la vorrebbe diversa.
Il suo attuale compagno è orgoglioso di tutto quello che fa. Riesce a comunicarle ogni emozione o pensiero, senza tenersi tutto dentro per poi esplodere in una sterile rabbia. Non la vede come una super donna e non le dimostra l’amore con folli scenate di gelosia.

L’amore non fa male

Maria è rinata. Oggi vive una sana relazione di coppia e ha conosciuto l’amore vero. Si addormenta e si sveglia con il sorriso e con un forte senso di leggerezza, nonostante abbia più ostacoli concreti rispetto al passato.

La salvezza viene anche da noi

Dalla storia di questa donna, ho capito che, anche un remoto senso di angoscia in una relazione amorosa, non vada sottovalutato. Pertanto mi sento di gridare alle donne, che nessun legame sia eterno e nulla debba continuare per forza. In fondo per rendere felice qualcuno, bisogna prima stare bene con sé stessi. Prima di amare, occorre amarsi. Può sembrare semplicistico e riduttivo, ma è così. Vivere nell’ottica di non potersi mai liberare di qualcuno che c’infonde sensazioni negative o che ci costringe ad essere diverse da come siamo, significa condannarsi con le proprie mani.

Le trappole

Conosco tante donne che restano coi mariti violenti solo perché si sono sposate in Chiesa e credono che Dio possa dannarle, se rompono quel giuramento. Nel frattempo, vivono la dannazione tutti i giorni. Ci sono poi ragazze che non lasciano i loro fidanzati violenti, perché questi hanno minacciato di suicidarsi e di non poter vivere senza di loro. Sono le stesse che per salvare gli uomini, dimenticano di salvarsi. Esistono poi quelle che si vedono brutte o grasse, allora si tengono i compagni violenti , perché convinte che nessun altro le vorrà mai.

Guardarsi dentro: il compito più difficile

Non è facile volersi bene; per arrivare ad amarsi, la strada può essere lunga e a volte il tempo può non bastare. Maria è riuscita a superare questa grande montagna. Ma forse ci vorrebbero dei corsi di autostima in tutte le scuole, a partire dalla primaria, con particolare attenzione ai fanciulli in età adolescenziale. La percezione di noi stessi e le conseguenti insicurezze, si sviluppano proprio nell’arduo passaggio verso l’età adulta. L’autostima è la chiave di tutto. L’elemento essenziale per prevenire qualsiasi tipo di violenza. Sono altresì certa che, tutti gli uomini violenti abbiano una bassissima autostima. Avere autostima significa saper gestire le proprie emozioni, riuscire a comunicare con gli altri, accettare le sconfitte e i fallimenti della vita, affrontare e sanare i propri conflitti interiori.

La violenza genera violenza

Un uomo violento è tale, perché probabilmente viene da un vissuto personale fatto di altrettanta violenza. Non ci vuole molto per generare dei “mostri”. La mancanza totale di disciplina o al contrario i rimproveri eccessivi da parte di un genitore o di un insegnante, possono innescare meccanismi pericolosissimi dove la frustrazione e il rifiuto delle critiche, si trasformano in forme di violenza, che se non corrette, cambieranno la vita del soggetto stesso e di chiunque entri in relazione con lui. Un violento è quasi sempre, a sua volta, una vittima di violenza.

L’autostima e la prevenzione della violenza

Senza naturalmente giustificare gli abusi, penso che per arrestare il vortice della violenza contro le donne, la prevenzione sia la sola soluzione possibile ed efficace. Pertanto sono convinta che rafforzando l’autostima, si possa davvero prevenire.

Il nuovo ruolo della donna

Ho trovato interessante il parere della Dott.ssa Maria Marcella Cingolani. Secondo la psicologa, nel momento storico in cui le donne hanno cominciato a rivendicare un ruolo diverso da quello arcaico e passato, che le relegava alla figura di “angelo del focolare”, l’universo maschile ha visto crollare i suoi pilastri. L’uomo ha vissuto le rivendicazioni femminili in ambito sociale e lavorativo, come un’invasione al proprio ruolo centrale di capofamiglia. Tutto ciò perché tali cambiamenti, non sono stati accompagnati da una rivoluzione culturale capace di fornire all’uomo gli strumenti giusti per accettare la nuova realtà. Così la violenza diventa nell’universo maschile, l’unico modo per ripristinare la propria posizione di superiorità e ricostituire la gerarchia dei ruoli. Le donne invece, ritengono che il prezzo da pagare per le loro conquiste personali e l’emancipazione, sia il silenzio dinanzi alla violenza.

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Violenza e società consumistica

La Cingolani sottolinea il labile confine tra amore e odio, soprattutto inerente all’idea del sentimento come possesso. Tale tendenza a vedere nella donna una potenziale rivale, che minaccia la posizione dell’uomo, è diretta conseguenza di una società consumistica che ci propina il “godimento-tutto” e mai esaustivo degli oggetti. In questo quadro la donna viene vista come oggetto a proprio uso e consumo.
La tesi della Cingolani, secondo la quale, per invertire la rotta, serva un’adeguata educazione al rispetto e riconoscimento dell’altro nella sua diversità, appare una via giusta e risolutiva.

Conclusioni

Bisogna insegnare ad amarsi e ad amare: una missione difficile, ma non impossibile. Nel nostro piccolo, tutti possiamo farlo, iniziando dai nostri figli.

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