Analisi e riflessione sugli eventi per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

Nella settimana relativa alla  giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in sei giorni, ho avuto modo di prendere parte a quattro convegni. Il 20 Novembre quello sulla violenza psicologica, tenutosi ad Anzio; il 24 Novembre il tavolo tecnico “Violenza infinita”,organizzato dal Consiglio regionale del Lazio e dall’A.I.D.E. Nettuno Provinciale Lazio; il 25 Novembre l’evento a Tavullia (PU) “Liberati dalla violenza”, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili, Cristina Cannas, Valentina Barberini e Mattia Messina; sempre nella stessa giornata, l’incontro a Riccione con l’Associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly”. Tra i vari interventi dei professionisti, si è fatto il punto sulla situazione in Italia e soprattutto sono state delineate delle coordinate per riconoscere i primi segnali di un rapporto violento e gli strumenti per uscirne. Da ciò è emerso il dramma della solitudine e dell’abbandono della vittima, a seguito della denuncia-querela.

Quali ostacoli trova la donna dopo la denuncia?

Tutti gli addetti ai lavori, hanno messo in risalto alcuni vuoti nell’iter che deve affrontare la donna a seguito dell’azione legale, primo tra tutti il problema di una nuova dimora. Molto spesso la vera difficoltà è quella economica, quando chi subisce violenza, sia priva di una fonte di sostentamento autonoma e non sappia dove andare a vivere. A tal proposito è apparsa necessaria la richiesta da fare al Governo, delle case rifugio, ancora troppo poche in Italia, capaci di ospitare un esiguo numero di vittime rispetto alle richieste di aiuto e per un lasso di tempo troppo breve.
Un altro aspetto che è venuto fuori dai dibattiti, è lo stato di abbandono psicologico in cui versa la donna, già dal momento in cui per denunciare gli abusi, deve raccontare anche tratti della propria vita privata e intima a perfetti sconosciuti in divisa, che sono gli agenti delle Forze dell’Ordine. Pertanto, in questa delicatissima fase, diventa fondamentale la figura dello Psicologo, che andrebbe inserita all’interno di tutte le caserme. Risulta infatti che numerose donne, abbiano abbandonato l’intenzione di sporgere denuncia-querela ai danni del loro aguzzino, perché fin dall’inizio sono troppi gli ostacoli che possono incontrare. Va sottolineato inoltre che la vittima spesso vive uno stato confusionale, di destabilizzazione emotiva tale, per cui basta davvero un nonnulla per indurla a tornare sui suoi passi e rientrare quindi nel tunnel delle violenze.

Vedi anche “La denuncia-querela: l’inizio del calvario 

Possibili soluzioni per agevolare il cammino di salvezza della vittima

Per evitare che accada questo, bisogna partire da un’adeguata formazione del personale addetto ai lavori e creare un’interazione tra i vari ambiti in cui deve concretizzarsi la salvezza delle donne. Ad esempio molti Pronto Soccorso sono privi di uno sportello antiviolenza e persino di un reparto riservato alle Forze dell’Ordine; accade infatti che sia il Medico di turno all’ospedale, oltre a svolgere la visita, la diagnosi e ad avviare le cure sanitarie, a dover sobbarcarsi una serie di mansioni che non gli spettano. Molto spesso, queste lacune vengono colmate dal personale dei centri antiviolenza, che devono dividersi tra numerosi casi.

I vuoti della Magistratura

Quanto alle denunce archiviate e ai tempi dilatati della Magistratura italiana, occorre che le segnalazioni di violenze, abbiano una corsia preferenziale e un’attenzione maggiore da parte del Pubblico Ministero. Nel sovraccarico del lavoro presente nei tribunali, è assurdo e contraddittorio che si parta a snellire proprio dai casi di violenza. In tal senso potrebbe essere utile anche un organo superiore al Pubblico Ministero, che valuti il lavoro di quest’ultimo, senza che la vittima già stremata, sia costretta a proseguire attraverso un’opposizione all’archiviazione che coinvolga il GIP (il Giudice per le indagini preliminari). Non è possibile infatti che la vita di una donna sia legata all’arbitrarietà della valutazione fatta dal Pubblico Ministero. Se da una parte è vero, che possa esistere l’episodio in cui magari una donna costruisca in modo calunnioso delle accuse contro il proprio compagno o ex, è altrettanto doveroso considerare tutte le prove fornite a riguardo. Tuttavia non bisogna dimenticare che la violenza domestica è tale perché avviene tra le mura di casa e quindi in assenza di testimoni oculari e che lo stalking, molto spesso è compiuto tramite appostamenti fisici difficili da dimostrare, telefonate o lettere anonime. A questo riguardo, si evidenzia come teoricamente per la consumazione del reato, sia necessario dimostrare l’effetto che la condotta dell’aggressore ha avuto sulla vittima: gravi stati di ansia e paura; timore per la propria incolumità e per quella dei propri familiari. Più volte la Suprema Corte, ha ritenuto che la prova del delitto, possa essere costituita dalle dichiarazioni stesse della vittima, se la stessa risulta credibile: «In tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione della persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ed elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata». (cfr. Cass. n. 46510/2014; Cass. n. 20531/2014).

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Sempre in via probatoria, resta difficoltoso anche dimostrare le violenze psicologiche, poiché gli stessi Magistrati non hanno gli strumenti per poter riconoscere tale tipo di abuso. Ad esempio le frasi “Sempre sopra di te”, “Fallita”, “Tutti sanno quanto la tua vita sia infelice”, costituiscono una grave forma di violenza psicologica, troppo spesso sottovalutata. Non si può ancora dare rilevanza sole alle parole offensive scontate e andrebbe applicato (poiché esiste) il reato d’istigazione al sucidio (art.580 c.p.).
Durante l’evento di Riccione coordinato dall’Associazione “Butterfly”, è stato detto infatti come possa risultare proficuo il ricorso a un investigatore privato nella raccolta delle prove del delitto.

Conclusioni

Da questi eventi è apparso chiaramente come la denuncia non sia un punto di arrivo, ma di partenza. Per questo si rende necessario un piano di supporto che accompagni la vittima a trecentosessanta gradi: a livello psicologico, giuridico ed economico. Affinché questo si realizzi, occorre che tutti i settori cooperino tra loro, senza che sia la donna ad affrontare tappa dopo tappa, un cammino che sfianca e che pertanto potrebbe indurla a mollare tutto.

Richieste e punti da correggere

Si richiedono:

-case rifugio capaci di soddisfare     completamente la massiccia richiesta di aiuto;
-agevolazioni d’inserimento nell’ambito del lavoro di tutte le vittime che non abbiano una loro indipendenza economica;
-la figura dello psicologo all’interno di ogni Caserma dei Carabinieri o Questura della Polizia di Stato, che guidi la donna nel momento della denuncia-querela;
-un’adeguata formazione di tutto il personale competente: Forze dell’Ordine, Medici, Psicologi, Assistenti sociali, Magistrati;
-la presenza all’interno in tutti i Pronto Soccorso, di uno sportello antiviolenza;
-la presenza in tutti i Pronto Soccorso di una dislocazione delle Forze dell’Ordine;
-codici che diano la priorità alle denunce di violenza, senza che la Magistratura giunga a dare ascolto a denunce meno importanti a discapito di casi di abuso o persecuzione;
-un organo superiore al Pubblico Ministero, che valuti il suo operato;
-l’affiancamento di uno Psicologo al Pubblico Ministero, in modo che legga tra le righe, quello che un giurista non riesce a cogliere;
-la facilitazione dell’iter probatorio, in modo da agevolare le denunce, anziché scoraggiare le donne nel farle;
-la valutazione immediata dello stato di prostrazione psicologica in cui versa la vittima, da parte dello Psicologo del Tribunale, in modo che provi la veridicità delle dichiarazioni della stessa e faciliti l’instaurazione del processo penale;
-un supporto psicologico alla vittima durante tutte le fasi del medesimo processo;
-l’obbligo di avvisare la parte lesa, qualora il suo aguzzino stia per uscire dal carcere;
-la garanzia di protezione della donna, al momento della scarcerazione del suo carnefice: ad esempio se abita vicino all’aguzzino, darle la possibilità di cambiare abitazione e luogo di lavoro;
-la possibilità per la vittima di allontanarsi dall’abusante, anche nel caso in cui vi siano figli in comune. A tal proposito si rende necessaria un’applicazione non universale del principio della bigenitorialità e la collaborazione delle Assistenti Sociali, che troppo spesso tutelano l’istituzione della famiglia ai danni dei membri della stessa. Abbiamo assistito a casi in cui per permettere ad un uomo violento di esercitare la paternità, la donna o il figlio sono stati poi uccisi;
-l’applicazione concreta di alcune leggi cadute nel dimenticatoio, come l’istigazione al suicidio;
-pene più severe per i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e gli omicidi, in modo da scoraggiare i carnefici a compierli;
-un sostegno psicologico per gli uomini violenti che vogliano uscire dalla spirale degli abusi: aiutare l’aguzzino, significa salvare la vittima: si potrebbero creare degli sportelli appositi per gli uomini violenti;
-un fondo economico per le vittime di violenze, nei casi in cui non vengano risarcite per il danno subito, qualora il reo risulti nullatenente ( come accade il più delle volte).

Nello stesso tempo, sarebbe proficuo inserire nell’istruzione obbligatoria anche una materia che educhi all’amore. Così come servirebbero sportelli di ascolto in ogni istituto scolastico, in modo da arginare subito ogni seme di violenza.

Arretratezza dell’Italia

L’Italia è l’unico Paese tra gli Stati membri della Comunità europea, a non aver attuato la direttiva comunitaria che prevede l’obbligo di dotarsi di un sistema d’indennizzo per le vittime di reati violenti, analogo a quelli già esistenti per le vittime di usura, terrorismo e mafia. In Italia è stata applicata solo la parte relativa ai reati transfrontalieri: se una cittadina europea subisce violenza nel nostro Paese e l’autore del delitto è incapiente o sconosciuto, riceverà un indennizzo; lo stesso non avviene però se si tratta di una cittadina italiana.

Leggi i numeri della violenza 

Ogni giorno è 25 Novembre

Si sta facendo molto, ma ancora di più c’è da fare. Un intero sistema, sociale, culturale, politico, economico, giuridico, non si cambia con uno schiocco di dita. Se in generale, come recita un famoso proverbio, “l’unione fa la forza”, in questo caso potremmo dire che l’unione sia davvero
essenziale. Bisogna creare una rete di collaborazione tra i professionisti, ma anche tra la gente comune, che troppo spesso tace, finge di non vedere, giudica o addirittura aiuta il carnefice nell’attuare il piano delittuoso.
E in ogni caso, tutto quello che è stato fatto nella settimana relativa alla data di ricorrenza della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, va continuato ogni giorno. Perché non deve finire tutto con un tweet o una frase ad effetto: ora aspettiamo una risposta dal Governo.

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