“Su ali di farfalla” e quella verità agghiacciante

"Su ali di farfalla" e quella vertià agghiacciante: le vittime vogliono sentirsi dire le cose come stanno davvero.

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

“Su ali di farfalla” può essere definito un romanzo-verità non solo perché narra una storia di violenza realmente accaduta, ma perché fa luce su alcuni punti che i media non fanno mai venire fuori. Non illude le donne vittime di violenza, facendo credere che esistano soluzioni immediate a questa piaga sociale. Tuttavia, pur illustrando una situazione piena di ostacoli, lancia un messaggio positivo e di speranza. Dobbiamo quindi fare un passo indietro e chiederci: chi ha interesse a non dirci la verità? E perché?

Ci siamo mai domandati cosa accadrebbe, se ci venisse chiaramente detto che le leggi a tutela delle donne esistono, ma non vengono applicate? Vi immaginate che sarebbe di alcuni tecnici della materia, se crollasse il postulato assurdo per cui un uomo violento può essere un buon padre? Il punto è che finché ci saranno vittime, sarà vivo un ingranaggio di sciacalli. Se il meccanismo di aiuto alle donne funzionasse alla perfezione e la tanto decantata prevenzione sortisse i suoi effetti, si spezzerebbe questa pericolosa catena. Allora vogliono farci credere che si fa informazione, ma ci rifilano solo mezze verità.

La disinformazione

Questo pericoloso gioco di caccia alla violenza si snoda attorno a sfumature e sottigliezze del tipo “la vittima ha fatto un esposto e non una denuncia”, “se un vicino di casa avesse avvisato le Forze dell’Ordine, si parlerebbe di tutta un’altra storia”. Oppure si chiede agli amici “l’assassino aveva dato già gravi segnali di squilibrio?” Se poi la risposta è quella desiderata, ossia “no, era una persona normalissima”, allora il caso è praticamente chiuso. Invece c’erano una donna e i suoi figli a temere quell’uomo, ma nessuno li ha ascoltati. Nessuno si prende la responsabilità di dire “l’abbiamo lasciata sola”. È sempre la vittima ad aver sbagliato qualcosa e anche se non viene palesemente detto, sembra un po’ come asserire che in fondo se l’è cercata.
Bisogna sottolineare l’importanza di intervenire e aiutare sempre chiunque subisca violenza. Però va anche evidenziato che la strada della salvezza a un certo punto trova un muro insormontabile. I mattoni di questo immenso ostacolo sono costituiti dai tempi biblici della magistratura, da tutte le denunce archiviate, dalle continue sottovalutazioni alle richieste di aiuto, da un intero meccanismo che finché sarà presentato come funzionante, non funzionerà mai davvero.

Vai all’articolo “Violenza sulla violenza

The show must go on

Non si muore solamente con una pallottola che trapassa le membra del corpo o con una lama affilata, si muore anche lentamente sotto il piano diabolico di distruzione del carnefice. Eppure nessuno ci parla mai delle donne giovani, che si sono spente dopo una lunga agonia in un letto di ospedale. Non riceviamo alcuna informazione su quelle che, schiacciate dalle continue violenze, cedono a comportamenti autolesionistici come l’uso di alcol o droghe. Non si parla mai di coloro che hanno lasciato questo mondo senza fare rumore. Tutto ciò perché la nostra è una società narcisistica, dove la parola d’ordine è apparire e fare spettacolo. Certamente ha più impatto sul pubblico un femminicidio avvenuto sulle orme del far west che un altro in cui la donna si consuma piano piano sotto i nocivi effetti delle continue vessazioni. Non è un caso infatti se la gente comune pensa che il femminicidio sia l’uccisione della donna per mano del partner o ex partner. Propriamente questo termine indica invece “qualsiasi forma di violenza esercitata sulla donna in quanto donna”. Pertanto in tale quadro, il tragico epilogo finale si configura solo come tassello di chiusura di una schiavitù che andava avanti da tempo. Ma noi viviamo nel periodo del tutto e subito, del cotto e mangiato, per cui siamo portati continuamente a non dare importanza al come, ma solamente al cosa: conta il raggiungimento dello scopo, anche nel male.

Leggi l’origine della parola FEMMINICIDIO

Conclusioni

La violenza sulle donne è legata a un sistema malato. La cosa peggiore è che la parte più marcia gira proprio attorno a chi si erge a paladino/a delle vittime. La notizia buona è che ormai coloro che ci sono passate stanno prendendo sempre più consapevolezza di questa dura realtà. Informare significa dire la verità, non trasmettere nozioni. Chi vive i suoi giorni nell’angoscia e nel terrore di perdere la vita non cerca la lezioncina spicciola. Quanto meno ha diritto di essere capita e sostenuta. Vuole risposte concrete, che al momento non ci sono e nessuno può dare. Ma che non arriveranno mai, finché si continueranno a prospettare delle soluzioni, che invece non esistono. Per ora, l’unica vera soluzione è la “social catena” di cui parlava Leopardi nella canzone “La ginestra”: se restiamo uniti e fedeli alla verità, prima o poi riusciremo a scardinare un sistema malato. E solo allora potremmo asserire di possedere i mezzi per salvare le donne vittime di violenza. Intanto possiamo solo insegnare loro a salvarsi da sole…

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