Un narcisista in famiglia: alla ricerca dell’armonia perduta

La famiglia disfunzionale: quando un genitore è narcisista.

Purtroppo, quando all’interno del nucleo familiare è presente una personalità manipolatoria o peggio ancora narcisista, gli equilibri sono appesi a un filo. Si parla infatti di famiglia disfunzionale.

La situazione però cambia notevolmente a seconda del ruolo che ricopre il soggetto patologico. Nel caso in cui è la madre, correre ai ripari è più complicato, poiché in psicologia la figura materna ha sempre un’influenza maggiore sullo sviluppo emotivo ed affettivo dei figli. Va sottolineato inoltre il fatto che qualora vi sia più di un figlio, sicuramente c’è il “bambino d’oro”, ovvero il prescelto da parte del genitore narcisista e purtroppo suo alleato nelle varie forme di prevaricazione e il “bambino capro espiatorio”. Quest’ultimo diventa lo sfogo delle frustrazioni appartenenti alla figura genitoriale abusante, una specie di “cestino emotivo” che raccoglie tutta la profonda tossicità della famiglia disfunzionale. Esistono solo due stelle fisse: il padre o la madre narcisista e il figlio d’oro.

Il doloroso gioco delle parti

In base a cosa viene assegnata la pesante etichetta di figlio d’oro e capro espiatorio? E soprattutto da chi proviene questa scelta assurda? A primo impatto, sembrerebbe naturale dire che tale decisione è frutto del caregiver, ma in verità risulta essere legata anche alle reazioni dei figli. Il capro espiatorio solitamente rappresenta quello che si ribella fin da subito alle carenze emotive di cui è portatore il genitore patologico. Quando poi viene catalogato come la “pecora nera della famiglia”, la sua ribellione accresce in maniera proporzionale ai torti subiti. Ma questo atteggiamento non fa che aumentare l’ostilità del genitore narcisista e si entra in una spirale dalla quale è veramente difficile uscire.

Apparentemente, potrebbe sembrare che sia il figlio capro espiatorio a pagare il prezzo più alto. In verità, ogni componente di un nucleo così mal strutturato, porta per tutta la vita il fardello di questi squilibri familiari.

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Quali sono gli effetti di una famiglia disfunzionale?

Il figlio capro espiatorio, distaccandosi profondamente dal modello genitoriale, diventa portatore di tutto ciò che manca nel padre o nella madre. Sviluppa così una profonda empatia e una propensione al senso di colpa. Un bambino i cui bisogni emotivi vengono ignorati, si ritiene fin da subito immeritevole di amore. Purtroppo, non può disporre dei mezzi atti a capire che è il genitore a essere in difetto e quindi tende a colpevolizzarsi della disastrosa situazione che vive.

Il figlio d’oro, invece, non può essere in grado di sviluppare una sfera affettiva in piena autonomia e continua a vivere in simbiosi con il genitore narcisista. La sua visione della vita risulta completamente distorta, fatta di alleanze e complotti, di vincitori e vinti. A sua volta, sarà un padre o una madre abusante e riterrà i suoi stessi figli un’estensione di sé.

Come recuperare l’armonia perduta?

Un saggio detto recita di non cercare la felicità là dove è stata perduta. Pertanto, risulta impossibile recuperare una piena armonia all’interno della famiglia disfunzionale. Il percorso di guarigione da intraprendere va fatto autonomamente, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Il guaio è che per la stessa patologia di cui è affetto, il genitore narcisista non accetterà in alcun modo di guardarsi dentro e curarsi. Stessa cosa il figlio d’oro, soprattutto finché potrà avere vicino il suo potente alleato, madre o padre che sia.

Diversa è la questione del figlio capro espiatorio, l’unico che può guardare in faccia questo atroce dolore. Tuttavia, deve restare consapevole del fatto che non riuscirà mai a cambiare una famiglia disfunzionale. Solitamente, questi figli da adulti scelgono di tenere le distanze dai familiari abusanti o comunque di avere il minimo dei contatti possibili.

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Quali sono i danni a lungo termine sul bambino capro espiatorio?

Che ruolo ha il genitore non abusante?

Troverete le risposte nei prossimi articoli.

La vertigine del silenzio

Il cambiamento della realtà

Nessuno avrebbe mai pensato che d’un tratto si fermasse tutto. Nell’era della globalizzazione, in cui ogni contatto è realizzabile e anche il più lontano sembra vicino, ti ritrovi invece isolato anche dai tuoi familiari.

  Ogni giorno inizia con la stessa cadenza nel silenzio assordante dell’immobilità. E così, ciò che prima sembrava usuale e persino normale diventa un fardello a tratti insostenibile: i social non bastano più. Inizia a mancarti la chiacchierata di persona, l’abbraccio e la stretta di mano, che troppo spesso prima barattavi con una chat o un like. Ti rendi conto di quante volte per pigrizia  o per l’opportunità concessa dai mezzi di comunicazione, hai scelto di fare una videochiamata anziché andare a trovare qualcuno. Sale la nostalgia per il saluto consueto al fornaio o alla commessa del negozio al quale sei solito andare, perché quelle stesse persone le vedi oggi nascoste dietro a una maschera, che ripara e protegge dai virus e dai batteri, ma cela male la paura. Una paura che diventa tangibile, quando devi chiedere dove si trova un articolo e la reazione spontanea è indietreggiare davanti al tuo interlocutore.

La solitudine del silenzio

Quante volte ci siamo lamentati del traffico, dei ristoranti pieni o delle spiagge prese d’assalto, durante le prime domeniche primaverili. Ora davanti a noi si aprono strade vuote, accompagnate dalle serrande abbassate dei locali. Non ci sono più file perché un virus dalle dimensioni di una macromolecola ha deciso, ex abrupto, di porre un’insormontabile distanza tra gli esseri umani. Così, ci sentiamo tutti più soli e quella tecnologia, che aveva sostituito i rapporti interpersonali, sembra non riuscire a colmare uno spazio e un tempo infiniti.

 Il tempo della consapevolezza

 Eppure, mentre tutto si è fermato come la pausa obbligata di una melodia corale, l’uccellino inizia a cantare di buon mattino e nasce ancora quel primo fiore che avevamo dimenticato. La vita non si ferma, nonostante tutto. C’è un tempo che continua a scorrere anche in quarantena: è quello che possiamo sentire con l’anima. Il battito del cuore, forse accelerato per l’angoscia silente, ci ricorda che siamo vivi. Non è affatto semplice rinunciare alla libertà personale, la medesima che troppe volte abbiamo seppellito per una frenesia che ci ha fatto scordare di noi stessi e di chi avevamo vicino. E proprio oggi, che non possediamo più quel ventaglio ampio di scelte, vorremmo scegliere. Oggi più che mai riacquista valore decidere come impiegare il proprio tempo, fino a qualche giorno fa scippato da una quotidianità che correva all’impazzata verso non si sa bene cosa. Ecco il punto dolente della drammatica situazione che stiamo vivendo: affiorano le domande esistenziali, troppo a lungo soffocate da un caos che riempiva le nostre giornate, svuotandoci dentro. Il problema vero non è cosa posso fare in queste lunghe ore chiuso in casa, ma la missione che ho nella mia effimera esistenza. Tutto si trasforma in domanda, perché mentre si è interrotto un tempo a noi conosciuto e usuale, se n’è aperto uno nuovo: il tempo della consapevolezza. Non è la noia il reale ostacolo, ma la tremenda vertigine di guardarsi dentro. Si disegnano così nuovi confini, che solo apparentemente sono quelli imposti dal decreto legislativo del nostro Premier: si tratta, invece, di trovare collocazione in uno spazio e un tempo propri.

  Quando lo spazio e il tempo diventano infiniti

Lo spazio e il tempo sono le due entità che ha portato a galla questo stupido e infame virus. La distanza e la limitazione degli spostamenti hanno stravolto il nostro piccolo sistema di sopravvivenza, così come quell’ammasso di ore che abbiamo davanti a noi. Ci voleva un’aggressiva macromolecola per prendere coscienza del tempo che passa, perché quegli attimi che ora appaiono eterni, entreranno anch’essi in quell’enorme cassetto, chiamato passato. Doveva venire una pandemia per farci affiorare alla mente l’importanza delle persone anziane e il tangibile fatto che invecchiamo. Il temibile coronavirus ha spezzato l’apparenza e ci ha posto di fronte al nostro essere più autentico. E allora a nulla serve ostentare una perfezione che non esiste, in quanto siamo maledettamente e splendidamente umani. Forse solo ora ci sembrano istanti persi, quelli spesi a giudicare qualcuno di cui in fondo si conosce ben poco. In questo tragico momento storico temiamo per la salute dei nostri genitori e nonni, pilastri saldi di una società troppo fragile. Fragile perché lontana dal senso vero della vita, che è nelle piccole cose. Il virus ci ha messo di fronte alla debolezza non solo del corpo, ma dell’anima. E mentre le nostre membra possono cedere a causa di un’invasione virale sconosciuta, la nostra anima traballa in presenza dell’ignoto.

Analogie con la poetica leopardiana

La conoscenza è un altro elemento con cui facciamo i conti in questa realtà. E per quanto la nostra epoca possa conoscere tutto, c’è sempre qualcosa che sfugge al controllo umano. «Ahi ahi, ma conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema, e assai più vasto l’etra sonante e l’alma terra e il mare al fanciullin, che non al saggio appare.» ( G. Leopardi “Ad Angelo Mai”). Sono questi i giorni del caro immaginar leopardiano, durante i quali puoi affacciarti dalla finestra e fantasticare su ciò che si nasconde dietro la siepe. Nessuna pandemia riesce a incatenare la mente e il pensiero. E allora è giunto anche il tempo di guardare con occhi nuovi un illustre poeta come Leopardi: genio, non perché divoratore di libri, ma grande anticipatore dei secoli futuri. I suoi versi sembrano essere stati scritti per ciò che stiamo vivendo. In molti potrebbero pensare che il sommo poeta sia legato a questi nefasti giorni per il pessimismo cosmico con il quale ormai viene etichettato da secoli. E invece voglio riallacciarmi alla poetica leopardiana per regalare a tutti una ventata di positività e coraggio. «[…]Ma sedendo e mirando, interminati/spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo; ove per poco/il cor non si spaura. […]» (“L’infinito”). Smarrimento. Il cuore del poeta si smarrisce davanti all’infinito, procurato da quella siepe che preclude lo sguardo e apre le porte all’immaginazione. Siamo smarriti anche noi, poiché le limitazioni di spazio e tempo che ci sono state imposte, hanno spalancato uno spazio e un tempo infiniti. E allora cosa dobbiamo fare davanti a questa sensazione di sconforto e paura? La risposta è nei versi conclusivi del canto: «[…] Così tra questa/immensità s’annega il pensier mio:/e il naufragar m’è dolce in questo mare.» Abbiamo perso l’identità, perché sono venute meno le coordinate spazio-temporali e quindi naufraghiamo nell’immensità, sprofondiamo. Ma possiamo salvarci da quel senso potente di paura, solamente se ognuno di noi accetta questo annullamento di sé come il più dolce degli abbandoni. Ecco la soluzione positiva e propositiva del genio romantico, fedele alla sua idea di piacere. Se la felicità, è sempre una felicità mancata per la presenza di uno spazio e un tempo tangibili, che ce la portano via, allora la felicità non è che la perdita di sé davanti all’infinito: infiniti spazio e tempo.

Il potere del ricordo

Corrono lenti e pesanti i giorni del ricordo: chi di noi non ha speso un po’ del suo tempo a pensare a come era la sua vita fino a qualche giorno fa? Solitamente, i momenti difficili sono quelli durante i quali ci aggrappiamo più forte a un passato felice. Solo quando sopraggiungono   eventi drammatici, usciamo per un attimo dalla nostra individualità per sentirci tutti parte del medesimo destino. In fondo, oggi, tutto ciò che avevamo prima ci sembra un’illusione, ormai caduta davanti alla verità. La malattia e dunque la fragilità del nostro corpo umano ci uniscono in una sofferenza corale, davanti alla quale non esiste alcuna distinzione di sesso, età o ceto sociale. «[…]Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,/da chiuso morbo combattuta e vinta,/perivi, o tenerella. E non vedevi/il fior degli anni tuoi; […]». Nella lirica “A Silvia” la musa ispiratrice di Leopardi muore in giovane età a causa di un “morbo”, che nello specifico era la tisi. «[…]Quale allor ci apparia/la vita umana e il fato!/Quando sovviemmi di cotanta speme,/un affetto mi preme /acerbo e sconsolato,/e tornami a doler di mia sventura./ O natura, o natura,/perché non rendi poi /quel che prometti allor? Perché di tanto/inganni i figli tuoi?[…]» Allo stesso modo ci sentiamo noi in tale avversità mondiale, chiusi nel dolore che ci procura la memoria delle speranze passate.

Il doloroso inganno

Ci trasciniamo in queste pesanti ore con la tremenda sensazione di aver ricevuto un profondo inganno. Ma da chi? Nella realtà che ci accomuna, sono state create varie tesi complottistiche. Ma che sia l’America, la Cina o non si sa quale assurdo potere a volere tutto questo, intanto l’unica cosa certa sono i limiti del nostro corpo di fronte a certi eventi naturali, persino in presenza di una subdola macromolecola. Tutto ciò perché è nella natura stessa dell’essere umano avere delle debolezze, che troppo spesso dimentichiamo. Anche il poeta si lascia andare a una serie di interrogativi, gli stessi che attanagliano la nostra mente: «[…]Questo è quel mondo? Questi/i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,/onde cotanto ragionammo insieme?/Questa la sorte dell’umane genti?/All’apparir del vero/tu, misera, cadesti: e con la mano/la fredda morte ed una tomba ignuda/mostravi di lontano.» La memoria delle cose belle passate, messa a confronto con un presente funesto, incute un senso di angoscia e smarrimento,   ma anche di vago e indefinito. Si tratta dello stesso processo de “L’infinito”, questa volta inserito nella cornice del tempo: lasciare affiorare alla mente i ricordi, persino in un presente certo e oscuro, significa oltrepassare i limiti temporali e immergersi nell’eternità. Anche noi dovremmo oltrepassare la scadenza delle ore e dei minuti, nella quale siamo imprigionati, per tuffarci nel tempo interiore, che è infinito e non ha confini.

Leopardi ci regala così la certezza che un domani prossimo anche il ricordo di questo tremendo momento storico potrà essere gradito e dolce, perché alleggerito dai contorni indefiniti della memoria e in ogni caso testimonanza di come la vita vada sempre avanti, nonostante tutto. «[…]E pur mi giova/La ricordanza, e il noverar l’etate/Del mio dolore. Oh come grato occorre/Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/La speme e breve ha la memoria il corso,/Il rimembrar delle passate cose,/Ancor che triste, e che l’affanno duri!» (“Alla luna”).

Quel mostro chiamato noia

Il fardello, avvertito in questi giorni di isolamento obbligato, è la noia. Tema anch’esso affrontato nella poetica leopardiana con il componimento “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: «[…] Se sapessi parlare, allora io ti chiederei:/dimmi, perché ogni animale che riposa e/ozia è contento/e io, invece, se giaccio comodamente/sono assalito dalla noia?[…]» In questi versi, gli interrogativi dell’uomo moderno coincidono con un essere primitivo come il pastore e sono rivolti alla luna. Leopardi formula, infatti, una serie di domande esistenziali, forse le stesse che ci stiamo ponendo in questo periodo. Viene così fuori la netta differenza tra la condizione umana e quella animale, la prima caratterizzata dall’assenza di pace e riposo anche in uno stato di “ozio”: a cosa è dovuta questa intrinseca irrequietezza? Essa nasce dalla conoscenza, dalla memoria e dalla paura. «[…]O greggia mia che posi, oh te beata,/che la miseria tua, credo, non sai!/Quanta invidia ti porto!/non sol perché d’affanno/quasi libera vai;/ch’ogni stento, ogni danno,/ogni estremo timor subito scordi;/Ma più perché giammai tedio non provi. […]»

Una sofferenza che unisce

Quanti di noi, in queste tediose ore, sono stati attaccati ai telegiornali e a qualsiasi fonte di notizie? Quanto è cresciuto il dolore all’accrescere della conoscenza? Personalmente, ho provato una sana invidia davanti alla serenità degli animali. Ci sono stati attimi nei quali avrei preferito essere un gabbiano o persino un gatto di strada, libero di vagare e conoscere il vero, senza che questo sia filtrato da un’informzione troppo spesso incompleta e fallace. Ma anche questa illusione, come tutte le illusioni, non dura che un attimo. In fondo, gli esseri viventi del nostro pianeta sono sotto la stessa luna e quindi hanno il medesimo destino: «[…]O forse erra dal vero,/mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:/Forse in qual forma, in quale/stato che sia, dentro covile o cuna,/è funesto a chi nasce il dì natale.»

Come un fiore nel deserto

C’è un filo invisibile che ci accomuna tutti ed è proprio la sofferenza. Allora in cosa dobbiamo trovare la forza di andare avanti? Da dove nasce ancora la speranza? Se sboccia un fiore nel deserto, tutto è possibile. Ecco che il pensiero leopardiano si chiude con la canzone “La ginestra, o il fiore del deserto”. Allora le pendici del Vesuvio, cantate nella lirica, diventano le punte della corona di questo temuto virus e ciascuno di noi può essere simbolicamente rappresentato da quella ginestra. «Qui sull’arida schiena/del formidabil monte/sterminator Vesevo,/la qual null’altro allegra arbor né fiore,/tuoi cespi solitari intorno spargi,/odorata ginestra,/contenta dei deserti.[…]» Quel fiore è la vita che si aggrappa alla vita anche a seguito di una catastrofe, è l’animo nobile che dobbiamo  tirare fuori in questa pandemia, senza aggiungere odio e rabbia all’atroce dolore. Il poeta ci viene in aiuto, suggerendo di guardare la verità e quindi dichiarare nemica solamente la natura, alleandoci gli uni con gli altri in una “social catena”. Basta un attimo per diventare piccoli come le formiche, schiacciate accidentalmente dal frutto che cade dall’albero. Pertanto, l’unica salvezza è piegarsi di fronte certi eventi drammatici, senza tuttavia smettere di resistere. Occorre adattarsi a certe realtà, come a questa che ci vede relegati in casa. La ginestra è la saggezza di riconoscere i propri limiti, non sprofondando all’apparire delle umane fragilità. Spuntano come fiori, nel deserto delle città italiane, cartelloni con arcobeleni e scritte “andrà tutto bene”.

Il coronavirus e quella violenza silente

Da più di due anni dedico la scrittura al delicato tema della violenza contro le donne. Pertanto, anche in questa tragica vicenda il mio pensiero vola verso le creature femminili che per far fronte all’emergenza mondiale sono costrette a stare in casa con il loro abusante. Mi chiedo continuamente cosa stiano vivendo i bambini, ingiustamente sottratti ai loro genitori e chiusi nelle case famiglia. I tribunali e l’intera macchina della giustizia si sono bloccati. Mi piace sperare che i Giudici e i Servizi sociali impieghino queste ore per riflettere sulle loro decisioni, prese freddamente dall’alto di un ruolo, ormai destrutturato e rimpicciolito da qualcosa di così grande come la pandemia. Mi auguro che la momentanea privazione della libertà personale possa cambiare qualcosa in chi finora l’ha arbitrariamente tolta agli altri.

È capitato spesso, in questi giorni, di accostare lo stalking che ho subìto anni fa alla recente condizione di isolamento. La prima differenza che ho riscontrato riguarda la modalità della solitudine: negli atti persecutori sai da chi difenderti, invece durante una pandemia, per quanto ti munisci di guanti e mascherina, non sai contro chi combatti. Manca il volto del persecutore, poiché è invisibile all’occhio umano, ma sai che c’è. Sei impossibilitato dal prevedere le mosse dell’aguzzino, in quanto le medesime non possono inquadrarsi in azioni reiterate. Il virus è legato all’imprevedibilità e arriva a farti vedere come nemico persino il magazziniere del supermercato o il vicino di casa. Per quanto lo stato di allerta sia comune alle due situazioni, ti accorgi che questa volta è più alto. Non sai dove guardarti, non basta più prestare attenzione a ciò che accade alle tue spalle. Contro chi o cosa ci stiamo difendendo? Perché è accaduto tutto questo? L’unica certezza è che si tratta di un maledetto virus aggressivo. Sempre una forma di violenza, ma silente e subdola. L’unica salvezza che ci viene proposta è di evitare il contatto con le altre persone. E allora stavolta posso asserire a piena voce che tu, coronavirus, sei peggio di un narcisista maligno. Per combattere non basta attuare il “no contact” nei tuoi confronti, perché ci costringi a stare lontani gli uni dagli altri. Non serve evitare di reagire alle provocazioni o fare la tecnica del “sasso grigio”: riusciresti a colpirci, anche se mostrassimo indifferenza alla tua presenza incombente. Non accusi apertamente, ma sei riuscito a farci sentire colpevoli di vivere. E quindi hai costretto tutti a giustificarsi, persino davanti alla necessità di acquistare del cibo. Scusa se respiriamo; ti chiediamo scusa, se ci piace stare all’aria aperta. Il tuo essere così camaleontico e mutabile nei vari organismi viventi lascia spazio al gaslighting: dubitiamo delle nostre stesse sensazioni corporee, ci sentiamo ammalati anche se non lo siamo, alcuni sono affetti dalla tua invasione e non presentano sintomi. Ci hai tolto ogni verità e certezza. La violenza psicologica alla quale hai sottoposto l’intera popolazione mondiale destabilizza e mina l’identità personale. Siamo confusi davanti a tanta soggiogazione e ormai persino dipendenti dalle tue sadiche mosse. Quanto gioisci nel vederci tutti attaccati alla TV a sentire i tuoi sviluppi? Non ho lasciato che il mio stato emotivo dipendesse dal narcisista maligno e ora dovrei accettare che sia legato a te?

Perdere tutto significa rinascere

Nella mia esperienza di violenza, ho provato sulla pelle cosa significa essere privati della propria libertà e quotidianità. Da allora so per certo che solo quando perdi tutto, puoi rinascere davvero. Quindi, nemico microscopico che oggi indossi la corona, sappi che da questi inermi bruchi, quali ci hai ridotto, nasceranno solo farfalle libere. Lepidotteri consapevoli delle loro ali e di quanto, forse, costi caro questo volo. Ma voleremo. E quando tutto ciò sarà finito, ci abbraceremo più forte, apprezzeremo tutte le piccole cose e saremo persone migliori.

Donne: vittime e carnefici per amore

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

L’amore porta le donne a essere vittime. Più raramente carnefici. Cosa spinge una creatura femminile a voler distruggere un’altra simile? Solo l’amore è la porta di ingresso che apre la strada a situazioni pericolose?
Per capire meglio questi drammi, prenderemo in esame le tragiche storie di Sarah Scazzi e Rossana D’Aniello.

L’amore: un sogno tutto al femminile che mette a nudo le nostre fragilità

Nei casi di femminicidio, compiuti da un uomo, l’amore è il laccio con il quale intrappolare la donna. Il più nobile sentimento umano diventa così la maschera preferita dall’aguzzino. Tutto ciò è facilmente attuabile perché esso trova sede soprattutto nel cuore femminile. Sono le donne a crescere fin da bambine con questo sogno, fatto di passione e dedizione. Troppo spesso bisognose di accettazione e cura, l’impellente desiderio di essere amate le trascina in relazioni tossiche, che possono rivelarsi addirittura letali. Per lo stesso motivo, anche se molto più raramente, arrivano a indossare i panni dell’assassino, agognando la distruzione di un’altra donna.

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donne contro le Donne: una sorellanza inesistente

 

di Ambra Sansolini

Troppe volte diamo per scontato che la violenza sulle donne proviene  sempre dagli uomini. E invece no. Spesso sono le stesse donne a stare contro le Donne.

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A Torino traffico di esseri umani e minori. L’Associazione Olafa lotta per la giustizia.

 

L’associazione OLAFA sta indagando circa i numerosi casi di torture, maltrattamenti, omicidi, aggressioni, rapimenti, traffico illegale, vendita dei minorenni e le presunte attività criminali a Torino e su tutto il territorio italiano. L’autorità torinese ha fatto da intermediario in alcune delle più vaste attività criminali internazionali degli ultimi venti anni. È confermato con certezza assoluta che la città ha piena responsabilità per i crimini organizzati, le frodi finanziarie, la corruzione pubblica e tutte le altre attività criminali tradizionali. I rapimenti di neonati negli ospedali italiani vengono organizzati da parte dei servizi sociali: sono state colpite regioni quali  le Marche, il Trentino-Alto Adige e l’Abruzzo.

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La violenza sulle madri e quei diritti ancora negati alle donne

 

  • La violenza sulle madri è la prima conseguenza dei diritti negati alle donne.

Abbiamo analizzato cosa accade a coloro che decidono di uscire dalla violenza e denunciano l’aguzzino. Il danno inestimabile alla maternità passa attraverso i cavilli di una Legge leggera, che facilita le giustificazioni agli atti dell’uomo violento e colpevolizza la vittima.

Ma come ci si arriva a questo calvario?

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La violenza sulle madri: il volto più atroce della violenza sulle donne

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

Bisogna introdurre una nuova espressione: violenza sulle madri. Tutto ciò, perché, dire violenza sulle donna non rende giustizia all’intera realtà dei fatti. Dobbiamo porci una domanda molto semplice: cosa succede, se a subire le vessazioni di un uomo è una donna che è anche madre? Quante possibilità ha di sfuggire al suo aguzzino e sognare finalmente una vita serena? Cosa accade quando trova il coraggio di denunciare gli abusi e lasciare il compagno o marito?

Per comprendere al meglio tutto questo, oggi raccontiamo una storia vera di violenza su una madre.

Dalla favola all’incubo

Un amore da favola, trasformato in un incubo. Un uomo dolce e premuroso, che diventa un mostro. L’inizio della violenza psicologica. Poi quella fisica. La confusione di una donna, ormai distrutta nell’autostima. La speranza di poter ancora cambiare colui che, dal primo momento, ha escogitato tutto: arrivare a fingere un amore per annientare una persona. La nascita del figlio e l’inizio di un nuovo capitolo di vita. Poiché diventare madre è la cosa più bella al mondo. Però, neppure una nuova vita, innocente e pura, può fare miracoli. Soprattutto quando da una parte c’è colei che ha amato e creduto, dall’altra un soggetto patologico, che trascina la sua misera esistenza per spegnere le luce degli altri. Per quel bambino, di nome Roberto, la madre riesce a reagire alle violenze, lasciando il marito. Sogna così di vivere dei giorni più sereni e salvare il piccolo da un clima angosciante e deleterio.
Una relazione tra uomo e donna può anche finire. Ma questo non è normalmente possibile, se uno dei membri della coppia è un narcisista perverso o uno psicopatico. Qualora si fanno figli con un individuo simile, l’inferno non sarà più una punizione divina ma la costante della propria vita terrena.
Roberto diventa così, in breve tempo, l’arma migliore nelle sadiche mani dell’uomo. Valentina ha osato disobbedirgli, sfuggendo alla schiavitù e va punita.

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L’altra faccia della violenza sulle donne. Quando a pagare sono anche i loro figli

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

Ci sono momenti in cui neppure uno scrittore riesce a trovare le giuste parole. Questo è ciò che è accaduto a me, da quando una donna ha rilasciato il materiale relativo alla sua assurda vicenda di violenza. Da mesi ho in mano quegli allegati, che leggo e rileggo, senza riuscire a trovare il modo di iniziare l’articolo. Non so da che parte cominciare. Ogni volta che provo a scrivere, mi sento un nodo in gola. La schermata bianca del PC, per la prima volta, mi fa paura, perché so che devo riempirla con il dolore immenso di una madre e un bambino.
Allora mi pongo una domanda, semplice e chiara: se faccio così fatica io, che devo solamente trovare il modo di dar voce all’atroce sofferenza, cosa stanno vivendo queste due creature innocenti?

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Il carnefice e il tribunale: il suo palcoscenico preferito

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

Ormai abbiamo ampiamente analizzato i tratti della personalità del carnefice. Da questi approfondimenti, è stato possibile capire che un narcisista perverso o uno psicopatico recita costantemente una parte. È un attore nato e ciò gli permette, all’inizio della relazione, di ingannare la partner e successivamente di attuare il piano di distruzione ai danni della stessa, fingendo la parte della vittima. Un essere simile mente sempre e ripetutamente: lo fa per nascondere i suoi adulteri, per sfruttare economicamente e moralmente chiunque abbia accanto. Dice bugie con il sadico obiettivo di alterare le percezioni della compagna o moglie, onde poi farla passare per pazza.
Ma c’è un luogo in cui egli dà vita alla più grande recita narcisistica: il tribunale.
Ci verrebbe spontaneo pensare che un soggetto imputato per maltrattamenti in famiglia o stalking viva il regno delle toghe con timore e angoscia. Invece no. Il suo delirio di onnipotenza lo induce a sfidare persino la Legge, della quale si sente superiore.

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Lettera alle donne vittime di violenza

 

Introduzione

Oggi non mi limito a scrivere un articolo e voglio spogliarmi dei panni di giornalista per sentirmi pienamente una di voi. Lo scritto che state per leggere, pertanto, è una lettera aperta di una donna vittima di violenza. Anche quando mi dedico a pezzi specifici, vivo ogni dramma di cui parlo e non mi limito mai a fare cronaca o informare. La capacità d’immedesimazione è il dono più grande che ha uno scrittore, così come molte altre persone e sicuramente tutte le vittime di un uomo violento. Spesso, abbiamo chiamato tale splendida virtù con il termine empatia. Penso che questa stessa sia la più grande risorsa di ogni individuo, ciò che ci rende splendidamente umani. Eppure è una dote che il carnefice non possiede. Numerose volte, nel nostro blog, ci siamo soffermati sui tratti dell’abusante, perché conoscere il suo profilo può aiutare le donne a salvarsi.
In questa lettera, però, voglio concentrarmi su di voi: ardenti sognatrici, madri amorevoli e guerriere instancabili.

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