La nascita del romanzo

La nascita del romanzo: com'è nata l'idea di scriverlo?

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

Un giorno ebbi l’occasione di ascoltare una lunga storia di violenza di quella che era una ragazza ingenua e che oggi è una donna forte e coraggiosa. Quindici anni e oltre di soprusi, vessazioni di ogni tipo, che l’hanno accompagnata dal periodo della gioventù fino all’ingresso nel mondo degli adulti. Ne parlai per caso con un mio amico, il quale scherzando, disse: «Su questo racconto ne uscirebbe fuori un romanzo!» Sapete una di quelle cose, buttate là così, tanto per dire? Ecco com’è nata l’idea del romanzo: dal momento in cui ho realizzato di scriverlo, per me era già un qualcosa di vivente.

Una storia vera di violenza

In effetti, il mio amico aveva detto bene. Il vissuto di questa persona era così intenso e di ampia lunghezza temporale, che a raccontarlo sembrava già di per sé un romanzo. Da quello che avevo appreso, la vicenda aveva alcuni tratti inspiegabili razionalmente e legati alla sfera mistica. La donna in questione parlava spesso della sua Fede in Dio, tanto che pensai: “neppure il più fantasioso degli scrittori avrebbe potuto inventare scene simili”. Quando il reale s’intreccia con il fantastico, dà vita al romanzo. E se è vero che i libri sono il microcosmo della vita, è anche vero che quest’ultima, alcune volte, appare scritta entro pagine definite. Le vicende raccontate dalla protagonista erano preziosi brillanti, incastonati in un diadema unico e inimitabile. Nonostante l’argomento principale fosse la violenza, alla fine diventava lo scenario di sfondo a quell’affascinante viaggio che fa ogni creatura femminile, quando si appresta a diventare donna. Quotidianamente, la cronaca ci bombarda di notizie di femminicidi e pertanto non avrei mai voluto soffermarmi sulla narrazione di eventi nefandi. Lo scopo è stato subito quello di andare oltre: cosa significa crescere nella violenza? Ciò che più mi aveva colpito di questa storia era la lunghezza temporale degli eventi: uno stillicidio, un calvario, una lenta agonia.

Leggi anche l’intervista ad Agnese 

Quella vita oltre la violenza

La protagonista era così non solo la vittima dei ripetuti e continui abusi, ma la ragazza comune, che sognava una vita semplice e serena, come tutte le sue coetanee. L’estrema voglia di vivere e l’energia interiore disumana, della quale era fonte inesauribile, le avevano sempre concesso delle pause, lontane dal buio di quel tunnel. A un certo punto, aveva smesso di sperare nella fine dell’interminabile e tetra galleria, per imparare a viverci nel migliore dei modi. Alcuni avrebbero potuto pensare che tutto questo fosse riconducibile a una specie di rassegnazione passiva e invece ebbi subito la sensazione che costituisse una scelta saggia e tipica di chi ama la vita. Bisogna imparare a sorridere nel dolore, senza aspettare che esso finisca.

Agnese: una vittima sui generis

Sul nome di fantasia, dato alla protagonista, c’è una lunga spiegazione, che sarà affrontata negli articoli successivi. Per me era Agnese e non poteva essere diversamente. Ho voluto sottolinearne i tratti che la dipingevano come una vittima particolare, ben oltre gli standard comuni, riferiti allo stesso sostantivo. Sinceramente, non mi piace affatto il nome comune di genere promiscuo “vittima”, perché lo trovo avvilente e limitativo. È come se volesse inquadrare una persona nella cornice della fragilità e metterle addosso un’etichetta, capace di comprometterne forza e determinazione. In ogni caso diventa inevitabile, in un contesto di violenza, l’uso di questo sostantivo (così come quello di “carnefice” o sinonimi), ma spero di essere riuscita nell’intento di presentare Agnese come una tigre e una combattente. Relativamente ad alcuni episodi, sorridevo mentre li scrivevo al computer, perché pensavo: “altro che vittima!” Per quanto abbia subìto, ha sempre avuto l’istinto di difesa e soprattutto non ha mai smesso di parlare. Ed è questo che l’ha salvata. Generalmente, invece, abbiamo l’idea che una vittima debba essere per forza di cose remissiva, ammutolita e prendersi su tutto quello che viene. Per mettere fine alla violenza sulle donne, credo sia necessario abbandonare anche questi pregiudizi sociali, che troppo spesso vincolano chi subisce, fino ad accompagnarla alla morte. Uno dei messaggi più importanti, presenti nel libro, è anche questo: difendetevi con le unghie e con i denti. La vita è una e vale di più.

Così dannatamente umana

Mentre ascoltavo il lungo racconto di questi episodi, molte volte mi sono concentrata su colei che parlava. Se mi avessero chiesto di descriverla con qualche aggettivo, non ce l’avrei fatta. Però, nelle varie sfaccettature che percepivo, mi è venuta immediatamente in mente una definizione: “Agnese è dannatamente umana”. Nonostante la sua ferrea Fede in Dio e quell’interiorità così spiccata, ha sbagliato tanto, è caduta, si è fatta male per poi rialzarsi. Ha creduto di poter volare, mentre stava per essere schiacciata dalla mano di colui che diceva di amarla. Sempre tesa verso valori più alti, quali l’autenticità, la lealtà e la giustizia, non si è mai distaccata dall’essenza della vita, fatta di vertigini e cadute. Ha avuto sempre paura e per questo ha trovato il coraggio di superarla. Persino nella scorrettezza dei colpi bassi che ha ricevuto, ha continuato a vedere nell’essere umano qualcuno capace di fare meglio. Come quando, in una fredda sala dell’ospedale, si aspettava che altre donne seguissero la sua coraggiosa scelta oppure nelle righe in cui sogna di vedere un’assistente sociale ribellarsi alla sua collega “superiore”. Nonostante il dolore che la dilaniava, si è soffermata sull’imbarazzo degli agenti di Polizia, impotenti nell’offrirle aiuto. Mantenere l’attenzione sull’essere umano le ha permesso di non affogare tra i problemi imminenti, che la sovrastavano.

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Conclusioni

Quando scrivi un romanzo, cresci insieme a questo: alla fine del libro non sarai mai colei/colui che l’aveva iniziato. Dall’attimo in cui pensi di dargli vita, ti accompagna in tutto ciò che fai. Non smetti di dedicargli tempo e pensieri. La fase della pubblicazione è come quella del taglio del cordone ombelicale di un figlio: sai che da quel momento in poi avrà una sua vita, indipendente da te. E come per la nascita di un bambino, da una parte non vedi l’ora di darlo alla luce, dall’altra ti sembra sempre troppo presto per separarti da lui. Ma arriva il punto in cui deve volare con le sue ali…

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