La denuncia-querela: l’inizio del calvario

La denuncia-querela: inizio del calvario e lotta contro un sistema

 

di Ambra Sansolini

Introduzione

Ci esortano a denunciare, ma cosa accade esattamente dopo quest’azione legale? La denuncia-querela è solo il primo passo verso la liberazione: non è un punto di arrivo, ma di partenza. La situazione si aggrava soprattutto quando ci sono figli in comune.

L’ardua decisione della vittima

Quando una donna che ha subito violenza da parte del compagno, marito o ex, prende finalmente la decisione di sporgere formale denuncia-querela, spera in cuor suo di porre così il sigillo a una serie di sofferenze atroci. La scelta di solito arriva dopo che la vittima ha preso consapevolezza della reale situazione ed esce dal soffocante tunnel della violenza psicologica. A quel punto è già scesa dall’altalena della destabilizzazione emotiva creata dall’aguzzino e non è più avviluppata nella rete della dissonanza cognitiva. Il carnefice ha assunto i veri tratti che gli appartengono e non riesce più ad esercitare potere e controllo sulla vittima. Tutto questo non dipende da lui, ma dalla donna che ha scelto di riprendere in mano la sua vita. Il periodo che precede l’ardua decisione è pieno di conflitti interiori ed è caratterizzato da una confusione tale, per cui la vittima può essere paragonata a una leggera foglia trasportata dal vento.

Perché è importante denunciare?

L’atto della denuncia-querela, per quanto non tuteli come dovrebbe, le vittime, resta un passo fondamentale da compiere per iniziare a combattere l’abusante. Rappresenta il mezzo concreto tramite cui la donna prende le distanze dal partner o ex partner. Nei mille ripensamenti che fanno parte della grave dissonanza cognitiva in cui naufraga la vittima, la denuncia-querela è un modo per non tornare indietro sui propri passi. Va ricordato a tal proposito che i reati di violenza contro le persone (tra i quali anche i maltrattamenti in famiglia e lo stalking), sono perseguibili d’ufficio e quindi non soggetti alla remissione da parte del querelante.

Reati a procedibilità d’ufficio

Si tratta dei reati più gravi per cui si deve procedere d’ufficio, ossia senza che la presunta vittima sporga querela. Si distinguono dai reati di parte, per i quali appunto serve la querela della presunta persona offesa. I delitti a procedibilità d’ufficio sono quelli per cui vale l’art.13 del Codice Ddeontologico degli Psicologi e tra essi troviamo:

-delitti sessuali;
-stalking (solo se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art.3 della Legge 5 febbraio 1992, n.104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si procede d’ufficio. I tempi per sporgere la querela sono dilatati fino a sei mesi);
-delitti contro la famiglia (abuso dei mezzi di correzione e disciplina, maltrattamenti in famiglia);
-delitti contro la libertà individuale (sequestro di persona, violenza pruivata, minaccia aggravata, incapacità procurata mediante violenza, prostituzione minorile).

Cosa accade dopo la denuncia-querela?

Aspettarsi che a seguito della denuncia-querela, l’incubo finisca è ancora un sogno. In molti casi le denunce vengono archiviate con molta superficialità, spesso costringendo la vittima a subire altri soprusi e mettendola in serio pericolo di vita. Numerose sono le donne aggredite brutalmente, sfregiate e addirittura uccise, dopo che avevano presentato numerose denunce. Qualora invece l’abusante sia iscritto nel registro degli indagati e si apra un iter processuale, questo dura decenni. Prima che si giunga alla condanna finale in terzo grado, passa un ampio lasso di tempo in cui la donna resta ancora schiacciata dalle violenze dell’uomo, questa volta però con una fragilità in più. Infatti l’aver denunciato gli abusi subiti all’Autorità Giudiziaria, l’ha costretta ad esporsi in prima persona, senza in cambio ricevere alcuna tutela immediata. L’azione legale intrapresa dalla vittima, non fa che aumentare la malvagità e il desiderio di vendetta dell’aguzzino, che quindi non ha solamente perso l’oggetto di sua proprietà (la donna), ma rischia anche una condanna penale.

Leggi cifre e numeri della violenza sulle donne

Quali sono le reazioni del carnefice?

Verrebbe spontaneo pensare che nel momento in cui l’uomo riceve la notizia della denuncia-querela, automaticamente smetta di compiere gli abusi ai danni della ex compagna o moglie. Invece purtroppo, nella maggioranza dei casi, il carnefice accresce l’intensità della violenza. Tutto questo perché solitamente si tratta di soggetti con disturbo narcisistico di personalità (talvolta affetti persino da psicopatia), che leggono ogni situazione di vita in base a un perverso gioco di potere, in cui devono essere sempre dominanti. Tutto viene vissuto secondo la dicotomia vincitori/vinti, nella quale naturalmente essi devono schierarsi nel primo gruppo. Non sanno rinunciare, non sono capaci di perdere o far fronte ai fallimenti, non hanno gli strumenti psichici per sanare un abbandono. Tutto ciò viene vissuto come un trauma, che riapre loro la ferita di un dolore infantile, mai cicatrizzata: un torto che non meritavano e che deve essere punito con la loro immensa malvagità. Va detto che nella sostanza stessa del narcisismo patologico, persino la Legge diventa qualcosa da sfidare e vincere. Nel mondo perverso, tanto più la distruzione di una persona appare difficile, tanto più sarà profondo il gusto e il piacere provato dal narcisista.

Si può denunciare il padre dei propri figli?

Molte volte le donne non denunciano le violenze subite, perché hanno con il loro aguzzino uno o più figli in comune. E sbagliano. Mettere fine a una relazione violenta, è doveroso verso sé stesse e soprattutto verso i propri figli. Una madre che non soggiace alle violenze del marito o compagno, lancia un preciso messaggio alla prole, che è fatto di forza e speranza. Si può uscire dalle violenze e vale sempre la pena lottare per la propria libertà e dignità. Invece una donna che resta nella trappola degli abusi domestici, ha più probabilità di crescere figli che, da adulti, si andranno a distruggere in storie d’amore tossiche e malsane.

Cosa succede dopo la denuncia-querela, in presenza di figli minori?

La denuncia-querela ha un iter preciso che è quello penale. L’affidamento dei minori al contrario riguarda l’ambito civile. Bisogna ammettere che avere dei figli con il carnefice, rallenta e rende ancora più complesso il processo di liberazione e rinascita della donna. Ciò accade perché purtroppo in nome del principio della bigenitorialità, un uomo violento può essere considerato un pessimo compagno, ma non un cattivo padre. È veramente così? Un uomo è violento con la partner e amorevole verso la prole?

L’affidamento condiviso come strumento di potere dell’uomo violento

Mentre l’Italia resta un paese ipocrita, attaccato a modelli sociali fissi, basati sulla famiglia come istituzione, intanto troppe donne ci rimettono la vita.
L’affidamento condiviso è stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano con la legge numero 54 del 2006 e prevede che le decisioni di maggiore importanza riguardanti i minori, siano prese congiuntamente da entrambi i genitori. Ma come può, una donna che ha subito violenza dal suo ex, accordarsi con questo? Com’è possibile che un uomo denunciato per maltrattamenti in famiglia o stalking, trovi un punto d’incontro con la sua ex partner? La realtà è che l’affido condiviso, prolunga per molti anni la condizione subalterna della donna rispetto all’aguzzino. Un uomo che sottoponeva la moglie o compagna a ogni tipo di abuso e prevaricazione, riuscirebbe ad essere civile nella gestione dei figli? Secondo le assistenti sociali e il personale addetto ai lavori, tutto questo è possibile. In effetti sarebbe davvero comodo e rassicurante poterlo credere! Tale ragionamento funziona qualora lo scioglimento del nucleo familiare sia giunto dopo svariati motivi d’incompatibilità tra i partner, ma non a seguito di violenze. Non vale in presenza di un soggetto affetto da narcisismo perverso o psicopatia. Un passato di abusi presuppone un carnefice e una vittima. Lo stesso identico modello si riproporrebbe quindi nell’affidamento condiviso. E allora come si salva una donna che ha figli in comune con l’uomo violento?

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Conoscere per salvarsi

A causa della mancata formazione del personale di competenza, digiuno o parzialmente digiuno su alcuni importanti argomenti, una vittima che abbia figli con l’aguzzino, è costretta a vivere un altro calvario, anche dopo la denuncia. Sebbene l’uomo venga sottoposto ai test diagnostici dei disturbi di personalità, è quasi impossibile che risulti affetto da narcisismo perverso. Persino gli addetti alle CTU non conoscono la pericolosità di questi soggetti o peggio ancora, subiscono le loro subdole manipolazioni e si lasciano abbindolare dai ribaltamenti di realtà, tramite i quali da carnefici vengono poi considerati vittime. I figli verranno usati dall’abusante come arma per continuare a sottoporre la donna alle violenze. Chiedere aiuto alle assistenti sociali, sarebbe non solo inutile, ma addirittura pericoloso. Potrebbero infatti accusare la parte materna di PAS, la Sindrome da Alienazione Parentale (Parental Alienation Syndrome) e giungere a mettere il minore in una casa famiglia.

Cos’è la PAS?

Teorizzata dal medico statunitense Richard Gardner, la Sindrome da Alienazione Genitoriale è un disturbo che insorge sui figli minori, in contesti di separazione o divorzio dei genitori conflittuali. Secondo Gardner un genitore patologico, definito “alienante”, compie una specie di lavaggio del cervello sui figli, portandoli a nutrire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore, quello “alienato”. La dannosa persuasione si attua mediante false accuse di trascuratezza e violenza del genitore alienato verso i minori, che quindi scelgono di allearsi con il genitore sofferente e “alienante”. Pur non trovando alcun riscontro nella legislazione, la PAS sembra trovare ampia applicazione in ambito civile. Questo spiega l’enorme difficoltà che trova una donna nel dimostrare gli abusi, soprattutto psicologici, ai quali vengono sottoposti i figli. Non esiste soluzione, se non quella di rafforzare la personalità dei minori e conoscere le tecniche per tenere al minimo i contatti con l’ex marito o compagno.

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Conclusioni

La denuncia-querela resta un segnale importante, che ogni donna dovrebbe dare a sé stessa e al proprio aguzzino. Tuttavia non rappresenta la fine del dramma. Le trame della Giustizia italiana sono come le chele di un granchio, nelle quali si rischia di restare intrappolati senza alcun effetto positivo. I processi penali durano decenni e non tengono affatto conto delle sofferenze realmente patite dalla vittima. Soprattutto quando esistono dei figli in comune, la liberazione dal carnefice diventa un’utopia. I minori sono gli oggetti preferiti per nuocere alla ex partner. In effetti, quale modo migliore per creare sofferenza in una donna, se non quello d’impedirle una normale maternità? Tutto ciò che viene fatto su un figlio, fa molto più male di uno schiaffo. Lo psicopatico e il narcisista perverso, tutto questo lo sanno. Non bisogna dimenticare che spesso questi uomini, anziché dare una coltellata alla donna e finire così in galera, fanno di tutto per cercare di toglierle i figli. Esiste forse qualcosa di più doloroso per una madre, che vedersi portare via i suoi bambini? Non è anche questo, un modo come un altro per ucciderla? Eppure tutto ciò
non è punibile penalmente. Anzi viene legittimato dal nostro Stato…

Contro un sistema

Nel momento in cui si denuncia, bisogna essere consapevoli d’iniziare a combattere non solo il carnefice, ma un intero sistema. Va sottolineato come si tratti di donne già sfinite da un vissuto fatto di violenze. Occorre una forza disumana, che in pochissime hanno.

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