Lettera alle donne vittime di violenza

Lettera alle donne vittime di violenza

 

Introduzione

Oggi non mi limito a scrivere un articolo e voglio spogliarmi dei panni di giornalista per sentirmi pienamente una di voi. Lo scritto che state per leggere, pertanto, è una lettera aperta di una donna vittima di violenza. Anche quando mi dedico a pezzi specifici, vivo ogni dramma di cui parlo e non mi limito mai a fare cronaca o informare. La capacità d’immedesimazione è il dono più grande che ha uno scrittore, così come molte altre persone e sicuramente tutte le vittime di un uomo violento. Spesso, abbiamo chiamato tale splendida virtù con il termine empatia. Penso che questa stessa sia la più grande risorsa di ogni individuo, ciò che ci rende splendidamente umani. Eppure è una dote che il carnefice non possiede. Numerose volte, nel nostro blog, ci siamo soffermati sui tratti dell’abusante, perché conoscere il suo profilo può aiutare le donne a salvarsi.
In questa lettera, però, voglio concentrarmi su di voi: ardenti sognatrici, madri amorevoli e guerriere instancabili.

Ci tengo a specificare che quotidianamente faccio un enorme sforzo per mantenere le distanze da ciò che analizzo. Tutto questo per motivi deontologici, legati alla professione, poiché un giornalista deve restare fedele alla Verità. Spero così di aiutarvi in maniera più incisiva, senza perdermi in quelle emozioni che, per forza di cose, bisogna imparare a gestire se vogliamo liberarci dalla violenza.

Care donne,

fonti inesauribili di vita e passioni,
sono così tante le cose che vorrei dirvi, che non riseco a trovare le parole. E quando uno scrittore vive una situazione simile, vuol dire che è proprio quello il momento di scrivere.
Nessuno ci ha mai chiesto se eravamo pronte ad affrontare questo tunnel, molte volte invece ci siamo chieste perché proprio a noi. In fondo chi l’avrebbe detto che quel cappellino rosa si sarebbe trasformato in un elmetto? Resto sempre convinta che una donna è nata per portare e ricevere la pace, però alcune devono combattere per i loro diritti più semplici, primo tra tutti quello di vivere.
Sognavamo un amore da favola e mai avremmo pensato che il medesimo sarebbe diventato un incubo. Ognuna di noi è entrata in questa tremenda spirale con un bagaglio pieno di valori, sogni e speranze, che hanno aiutato il carnefice ad aprire la gabbia nella quale saremmo presto finite. Una cosa inimmaginabile, lo scherzo più beffardo del destino, perché non è umanamente pensabile che tutto ciò che di più bello ci era stato insegnato, sarebbe stato usato da qualcuno per farci male. Ancora più assurdo il fatto che questo “qualcuno” è colui che diceva di amarci e per il quale abbiamo cambiato il corso della nostra vita. Eppure, ci siamo ritrovate in quella prigione, così, all’improvviso, sotto gli occhi impotenti di chi era al nostro fianco e assisteva piano piano al più tetro degli spettacoli.
La vita insegna che tutto finisce, anche ciò che è bello e genera felicità. L’amore non è esente da questa legge che governa l’universo e così accade che alcune storie finiscono, lasciando dietro solo cenere. Per noi però è stato doloroso scoprire non tanto l’imperturbabile consumarsi di un rapporto, quanto la sua inesistenza. Elaborare la violenza, significa infatti rendersi conto di aver amato un uomo che in fondo non c’è mai stato. Si tratta di una verità aberrante, che abbiamo continuato a nascondere agli occhi nostri e altrui, giustificando il carnefice, sperando che cambiasse e aspettando un miracolo, che invece non è mai avvenuto.
Nel percorso di salvezza che dobbiamo riservarci, l’unico e vero miracolo è iniziare ad amare noi stesse, con il medesimo slancio vitale e vigore, che avevamo impiegato per amare lui.
Non esiste una fase specifica nella quale l’amore possa tramutarsi in un pozzo profondo e buio. Ragazze, adolescenti, donne giovani, mature e anziane: ricordiamoci di ciò che eravamo prima. Pensiamo ancora a quella valigia piena di sogni, anche se oggi è un fardello carico di sofferenze atroci. Regaliamoci l’opportunità di tornare a essere le gioviali creature che stillavano luce ed energia, prima che arrivasse il portatore delle tenebre.
So bene che molte di noi sono ancora avviluppate nelle trame del ragno velenoso, strette nella morsa delle mura domestiche, con il fiato spezzato e un’angoscia insostenibile. Come se fosse più importante rassicurare che rassicurarci, fare finta che vada tutto bene, anziché farlo andare davvero bene. Ma sono altresì certa che tutte stanno immaginando la vita al di là di quella gabbia, che la voglia di amare e di essere amate non ha abbandonato mai alcuna di noi. E magari c’è chi, coprendosi un livido con il fard e purificando la violenza con le lacrime, si sta lasciando andare ai pensieri più dolci di quell’amore che prima o poi arriverà. E poi c’è invece colei che ha smesso di vivere, guardando vivere gli altri da lontano, senza sapere che essere spettatori di qualcosa, equivale già a prendere parte alla stessa magnificenza. La violenza mira a convincerci che non meritiamo di assistere al panorama, di cui è possibile godere dopo l’estenuante salita. Poiché prima di tutto vuole farci credere che non siamo capaci di elevarci e arrivare alla vetta, almeno non senza colui che follemente ritiene di essere fonte primaria di ogni nostro successo e realizzazione.
Ma oggi non voglio parlarvi di quanto sia misero colui che non accetta la sublimazione della donna, bensì intendo farvi capire quante opportunità ci sono in questa croce che ci è stata inflitta. Tra queste sicuramente la consapevolezza delle proprie forze, che sono ben oltre quelle che credevamo di avere quando avevamo deciso di iniziare la relazione. Allora pensavamo che nulla avesse senso senza un amore, ora tutto prende un significato perché abbiamo imparato a bastarci. E allora la visione di quel tramonto dall’altezza raggiunta, sarà ancora più affascinante, perché ci siamo arrivate da sole e contro tante avversità.
Dalla violenza abbiamo il dovere di imparare che amarsi non è camminare vicini, ma guardare lo stesso paesaggio. Inutile prendersi in giro e dire che la vita non ci ha cambiate. La vita cambia tutti e la violenza lascia segni indelebili, che non dovremo nascondere al mondo, poiché nessun guerriero torna dalla battaglia indenne. Ciò che dobbiamo fare è leggere quelle cicatrici come il segno della nostra rinascita. Rinascere non è uno scherzo e implica necessariamente un annichilimento precedente. Ritrovarsi vuol dire essersi perse. È un privilegio che viene concesso a poche anime e soprattutto a un prezzo carissimo: noi l’abbiamo avuto.
Capita, per forza di cose, che il coraggio cede il passo alla stanchezza, che la voglia di lottare si spegne nella rassegnazione. È un tunnel lungo e oscuro, quello in cui siamo entrate, ma che ci ha permesso di fare un viaggio che pochissimi fanno: il viaggio dentro sé stessi.
La violenza ci aiuta a sperimentare i nostri limiti, andando oltre i medesimi e ciò che tengo a sottolineare è come questo mostro che ci attanaglia, sia la proiezione dei nostri fantasmi interiori. Non è contro il carnefice che ci spetta combattere, perché la sua esistenza è così misera che preferirebbe essere sfidato anziché ignorato. Invece è contro i nostri demoni che dobbiamo lottare, perché l’uomo violento fa leva su questi. Con ciò, non sto assolutamente parlando di colpe nostre o responsabilità, poiché ogni essere umano ha parti di sé che non conosce. Semplicemente, dico che a noi è stata data la possibilità di andare oltre quei confini.
Sono infatti arrivata a pensare che se mi dicessero di scambiare la mia vita con una donna che non ha mai conosciuto la violenza, non lo farei. Masochismo? No, affatto. Potrei definire la violenza come la maestra severa e prepotente che ci ha inviato la vita. Tramite essa, ho imparato che la nostra esistenza è un continuo lasciar andare, che a un certo punto la famosa valigia con dentro ciò che eravamo, va buttata in mare nel corso prorompente delle cose. Non serve a nulla attaccarsi a un’immagine, a un ricordo, sbattere i piedi a terra e ribadire che non doveva andare così. I vecchi sogni sono ora diventati concreti obiettivi, le ingenue speranze si sono trasformate in determinazione. Ci hanno spogliate di tutto, persino della nostra dignità e questo vuol dire rinascere: venire ancora al mondo, nude e senza alcunché, ma con quel forte grido, che è un inno alla vita. Dobbiamo solo ritrovare la voce e urlare che ci siamo anche noi. Diamoci la possibilità di ripartire da qui, questa volta non dal ventre materno, ma dalle sadiche fauci della violenza.
La libertà che vorrei indicarvi è tutta dentro noi stesse. Non ci verrà mai data da un magistrato, da un avvocato o da qualsiasi altro professionista. Essi si limiteranno ad accompagnarci in questo arduo cammino, ma niente possono fare rispetto a ciò che è nelle nostre potenzialità.
Non meritavamo questa sofferenza, perché nessun essere umano merita tanto dolore.
Molte di noi oggi non ci sono più e allora questa rinascita la dobbiamo anche a loro. La dobbiamo alle donne che verranno e che al momento sono innocenti bambine, venute alla vita.
Quando ci siamo innamorate, pensavamo che per volare fosse necessario essere in due; ci mancava un’ala, che credevamo di trovare nel nostro partner. Oggi ci siamo guadagnate quel paio di ali e non ci serve più un amore per volare. Siamo ormai diventate colorate farfalle.
“Quando ti convincono che non hai le ali, finisci per crederci. Ma nessuno può impedire a una farfalla di volare”.

Una di voi (Ambra Sansolini)

 

 

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