Lo stalking giudiziario, questo sconosciuto. La vendetta preferita dagli uomini violenti

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

Se pensiamo allo stalking, cosa ci viene in mente? Telefonate continue, lettere anonime, appostamenti nei luoghi frequentati dalla vittima, dispetti agli oggetti personali  etc. Tutto vero. Eppure esiste una forma di stalking più subdola, ma altrettanto nociva. Stiamo parlando del così detto “stalking giudiziario”.

In cosa consiste lo stalking giudiziario?

Il nostro stato di diritto permette a chiunque di accusare una persona attraverso il ricorso alla Legge. Insomma, se ce l’abbiano con il vicino di casa, possiamo benissimo svegliarci una mattina e trascinarlo come convenuto in pretestuose cause civili. I motivi per fare questo esistono sempre e sono i più disparati. Naturalmente, non è garantita la vittoria del processo, visto che si costruisce un castello di sabbia, lontano dalla verità. E anche l’attore deve affrontare una serie di spese legali che, considerati i tempi dilatati della magistratura, sono onerose.  E allora perché mettere in moto questo meccanismo infernale per tortururare qualcuno?

Qual è lo scopo dello stalking giudiziario?

Lo scopo è in primis pressare psicologicamente la vittima: causarle preoccupazioni e stress. Inoltre si presenta come un potente mezzo per far nascere nella donna un ingiustificato è irreale senso di colpa. Ma l’obiettivo finale è quello di sfinirla economicamente. Esistono vari modi per cancellare l’identità di un essere umano e uno di questi è proprio annullarlo come potenza economica.

Un celebre motto recita che “i soldi non danno la felicità”, ma è altresì vero che servono per vivere. Ridurre una persona in povertà  equivale a ucciderla.

Ora però dobbiamo porci un’altra domanda? Perché lo stalker mette in atto questo tipo di persecuzione, quando a spendere inutili soldi nei tribunali è anche lui stesso? Per capire questo, dobbiamo fare un altro passo avanti e analizzare la personalità dell’offender.

Che tipo di stalker è colui che attua una persecuzione giudiziaria?

Innanzitutto abbiamo specificato “colui”, poiché tale profilo coincide quasi sempre con un soggetto di sesso maschile.

Certamente le sue caratteristiche non rientrano nelle cinque tipologie individuate dagli studiosi: il risentito, il bisognoso d’affetto, il corteggiatore incompetente, il respinto e il predatore. Nell’accezione comune si tratta di una persona vicina alla vita della vittima (più di rado uno sconosciuto), solitamente l’ex compagno o marito.

Anche l’artefice dello stalking giudiziario è un soggetto che è stato legato sentimentalmente alla preda. Quasi sempre ha una personalità manipolatoria e non intende esporsi in prima persona. In effetti, questa tipologia di atti persecutori gli permette di torturare l’ex partner senza macchiarsi di una colpa. Anzi, al contrario, è proprio lui a travestirsi da vittima. Questo diabolico ribaltamento di ruolo è la specialità dei narcisisti perversi e degli psicopatici. Si assiste a tale crimine soprattutto nei casi di separazioni o divorzi, avvenuti a seguito di violenza domestica e qualora esiste il potente laccio dei figli. Nell’ultimo caso, infatti, i pretesti per trascinare la donna in tribunale sono innumerevoli. E si sono moltiplicati con la riforma del diritto di famiglia, avvenuta nel 2006 e l’introduzione dell’affidamento condiviso. Se già il codice civile metteva a disposizione dell’aguzzino una vasta gamma di cavilli cui attaccarsi, questi stessi si sono quadruplicati con le sfumature inerenti l’ambito familiare.

Un altro tratto ricorrente è la capacità economica dello stalker: ha soldi da buttare nei tribunali. E allo stesso tempo, per lo Stato italiano risulta un “nullatentente”. Non ha beni immobili o mobili intestati. Ed è proprio per questo motivo che impronta continuamente cause: anche se le perde, non risarcirà mai la vittima. Riesce ad avere un tenore di vita alto, sfruttando economicamente terze persone (genitori, parenti o partner). Ha quindi uno stile di vita parassitario.

Qual è il profilo della vittima?

Quasi sempre la vittima è una donna che ha chiuso la relazione e denunciato l’ex compagno o marito per maltrattamenti in famiglia. Abbiamo, in tal caso, una figura femminile che si è già affrancata dallo stato di schiavitù nel quale voleva farla vivere l’abusante. La sua situazione economica non è molto potente, ma neppure scarsa ed è proprio questo che la rende più appetibile agli occhi dell’aguzzino. Se fosse povera, non ci sarebbe gusto nel ridurla al lastrico e il sadico narcisista o psicopatico già si sentirebbe soddisfatto. Se fosse estremamente ricca, il carnefice sarebbe perfettamente al corrente dell’immensa difficoltà che troverebbe per ridurla in povertà.  A differenza del persecutore, ella conduce una vita limpida a livello finanziario e non risulta nullatenente. Ma qualcuno mira a farcela diventare…

Cosa induce il carnefice ad attuare lo stalking giudiziario?

Alla base di tale condotta delittuosa, legalizzata dalla nostra magistratura, c’è un senso profondo di vendetta. Talvolta, lo stalker ricorre a questa persecuzione, dopo averne già attuate altre, che non hanno avuto esito davanti alla forza della vittima.

Non sono pochi gli uomini autori di violenza domestica che, nel momento in cui vengono lasciati, minacciano la donna di toglierle i figli o ridurla in povertà.

Violenza economica e stalking giudiziario

Lo stalking giudiziario si configura come una grave forma di violenza economica. Il dramma è che, mentre quest’ultima avviene tra le mura domestiche, il primo si consuma nel luogo in cui bisognerebbe fare Giustizia.

Solitamente, l’aguzzino oppone resistenza ai doveri di mantenimento della prole. Si spaccia per povero ma, come per magia, ha i soldi per improntare prestestuose cause contro la vittima.

Conclusioni

Lo stalking giudiziario sta diventando una consuetudine tra gli uomini violenti, eppure nessuno ne parla. È una persecuzione, realizzata grazie a un sistema che rivittimizza le donne, già logorate dopo anni di violenza. Avviene tra le toghe, proprio laddove vi è scritto “ la legge è uguale per tutti”. Trova compimento nella magistratura, alla quale la vittima si era rivolta per essere tutelata.

La verità è che la legge non è uguale per tutti e sta dalla parte di chi è potente. Tutto questo accade grazie a una connivenza di interessi, che coinvolge i professionisti in questione: magistrati, psicologi, assistenti sociali e avvocati.

Non fateci credere che tutelate le donne vittime di violenza. Queste stesse e i loro figli sono le anime innocenti da sacrificare per alimentare un perverso meccanismo, fatto di potere e soldi.

Se i carnefici venissero fermati, chi nutrirebbe questo mostro a tre teste?

Dove regnano interessi e poteri, non ci sarà mai Giustizia e Verità.

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