Lentamente si muore a causa della violenza psicologica

Lentamente si muore a causa della violenza psicologica. La solitudine delle ferite invisibili, che nessuno vede.

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

Non si muore solo con una pallottola o una lama. Si muore ogni giorno, quando un uomo si arroga il diritto di sentirsi superiore. Stiamo parlando della violenza psicologica all’interno della coppia, che può portare anche al decesso della vittima. Umiliazioni, silenzi, provocazioni continue. L’intento di soggiogare la donna con la paura e il ricatto. Un incubo che dura anni e nessuno vede, se non chi lo vive. Le conseguenze sono deleterie. Riconoscerlo, si può. Non esiste un limite preciso tra una semplice offesa o mancanza di rispetto e la violenza psicologica. Perché si tratti di quest’ultima, bisogna notare la reiterazione degli episodi e le sensazioni della donna, che sa per certo di stare male, ma non conosce bene le ragioni di quel malessere.

Se ti senti così…

Se ti vedi brutta, ti percepisci incapace, non all’altezza, inadeguata. Se non sai stirare bene le camicie e non pulisci alla perfezione. Se le faccende di casa sono unicamente affar tuo. Se non ti senti libera e a tuo agio nell’ambiente domestico. Se ogni volta che sogni di fare qualcosa, puntualmente arriva lui a ricordarti che non ce la farai e stai solo perdendo tempo. Se tutto ciò che pratichi non è degno di stima e attenzione. Se la colpa è sempre la tua. Se sei la bambina cattiva da educare e punire. Se, quando non fai come dice lui, sei una poco di buono. Se riesce a farti compiere azioni lontane dal tuo codice etico e morale. Se, in virtù di alcuni valori, ti sottopone a pressioni e insiste nel chiederti qualcosa. Se, mentre piangi per le offese ricevute, ti deride e si prende gioco persino del dolore che ha causato lui. Se non puoi permetterti di rispondergli con un secco no. Se tutto ciò che proponi e progetti non trova mai realizzazione concreta, perché egli sa come mandarlo all’aria. Se non puoi gestire l’economia della famiglia, perché l’unico a disporre dei soldi è lui. Se vivi tutto questo, sei dentro alla violenza psicologica.

La violenza psicologica dopo la separazione o il divorzio

Nel caso in cui si abbiano figli con l’uomo maltrattante, la violenza psicologica purtroppo non finisce quando chiudiamo la relazione. Continua inesorabilmente per la gestione dei minori. Ricatti, imposizioni unilaterali delle sue volontà, ferma opposizione verso tutto ciò che si programma per la prole. Per partito preso, quello che proporrete non andrà mai bene. Userà ogni pretesto per contattarvi e svilirvi come madri. La potestà genitoriale da lui esercitata, viene letta unicamente nell’ottica del potere: un mezzo per continuare a soverchiarvi. Un narcisista perverso o, nelle situazioni peggiori, uno psicopatico non smetterà mai di vendicarsi perché avete osato lasciarlo. La condivisione dei figli, spesso sancita dal tipo di affidamento scelto dal tribunale, diventerà così lo strumento con il quale egli si opporrà al vostro perentorio rifiuto. “Sono il padre dei tuoi figli” equivale a dire “non puoi liberarti di me”. I continui abusi, ai quali viene sottoposta la donna, spesso non vengono presi in considerazione neppure dagli stessi avvocati. Si pensa più banalmente a incomprensioni tra due ex e non di rado si generalizza parlando di “guerra genitoriale”. Tale nocivo meccanismo porta al processo della “rivittimizzazione”: la vittima deve persino sentirsi colpevole per qualcosa di cui non è la causa e magari per il solo fatto di avere chiesto aiuto. In una guerra c’è sempre un soggetto che attacca e un altro che è costretto a difendersi, ma ciò non significa che lo scontro sia stato voluto da entrambi. È forse una colpa difendersi e non voler subire alcun tipo di vessazione da parte dell’ex compagno o marito? Deve essere additata come colpevole colei che semplicemente desidera vivere in serenità come tutti gli esseri sulla terra? Oppure la donna va punita in eterno per il fatto di aver creato una famiglia con un predatore sociale, la cui peculiarità è quella di sedurre e manipolare chiunque gli capiti?

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La campagna diffamatoria e le “scimmie volanti”

La fase più acuta della rivalsa, attuata dal carnefice, vede come protagoniste le “scimmie volanti” o “alate”: si tratta delle persone che lo aiuteranno ad attuare la campagna di diffamazione ai vostri danni. Costituisce la parte più nociva della violenza psicologica, poiché la vittima dovrà difendersi anche da chi non avrebbe mai sospettato farlo. La confusione e lo smarrimento saranno senza eguali: si arriverà a un punto in cui verrà fatta oggetto di svariati attacchi, provenienti da diversi individui e comunque difficilmente riconducibili all’aguzzino. La preda in questione potrebbe cominciare a interiorizzare la colpa e a percepirsi davvero sbagliata. “Perché ce l’hanno con me?” “Cosa ho fatto?” “Sono io che sono sbagliata?” In questo primo momento, non pensa neppure minimamente che l’attore principale di tutto sia sempre il suo ex partner. Cedere a tale sconforto, porta a gravissime lesioni dell’autostima. Intanto il sadico regista del diabolico piano, si sfrega le mani, certo di avere finalmente terminato la distruzione dell’altra persona e ancora più sicuro di non venire mai scoperto. La sua perversione è così profonda che riesce a seminare zizzania e a far scagliare altri soggetti contro la sua ex compagna o moglie. Crea così uno sciame di api: sfuggire a una di queste è una cosa, scappare a un nugolo è quasi impossibile.
Solo se la donna non cede al peso delle gravi diffamazioni, scopre in un secondo momento l’identità dell’artefice. Prendere coscienza che si tratta sempre di lui ha degli effetti devastanti. A questo punto appare fin troppo chiaro che siamo davanti a un mostro. E non dobbiamo esimerci dal definirlo tale, perché solo un essere abominevole potrebbe essere capace di tutto questo!

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Conclusioni

Sono molte le donne che muoiono a causa della violenza psicologica o meglio per i problemi di salute causati dalla stessa. Ci si spegne lentamente sotto le prepotenze incalzanti di colui che ha deciso di distruggere una vita. Di queste “morti bianche” non parlano i telegiornali o i quotidiani. Come fossero morti di serie B. Certamente non hanno l’impatto forte che può avere la notizia di un femminicidio commesso con le mani insanguinate dell’assassino. Ma un’informazione onesta e vera ha l’obbligo di ricordare questa tragica realtà. La violenza psicologica non va sottovalutata.

Leggi alcune testimonianze

Chiudiamo con una celebre poesia di Martha Medeiros, scrittrice e giornalista brasiliana.

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

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