Quando il carnefice manipola la Giustizia e l’informazione

Quando il carnefice manipola la Giustizia e l'informazione: recuperare il maltrattante senza salvare la vittima

 

di Ambra Sansolini

 

Introduzione

Ogni giorno la nostra Magistratura ci mostra chiaramente come la Giustizia in Italia non esista. E insieme a questa tragica realtà, i media veicolano messaggi sbagliati, parlando spesso di “raptus”, della fine del rapporto o di gelosia. La verità è che non esistono attenuanti a un femminicidio. L’informazione, quella vera e onesta, dovrebbe formare le menti e le persone, anziché seguire la fiumana. Se continuano a passare certi contenuti, finiremo per considerare normale una reazione violenta al chiudersi della relazione, giustificheremo la gelosia morbosa e negheremo alle donne la possibilità di salvarsi. In effetti, considerando il tragico epilogo come un gesto improvviso e incontrollato, si dà per scontato che l’assassino non abbia manifestato alcun cenno di squilibrio e quindi la vittima non sarebbe potuta scappare in alcun modo al suo atroce destino. E invece no: la violenza non nasce per caso, non riguarda chiunque. È possibile individuarla e quindi uscirne.
Sembra quasi sia più normale comprendere il carnefice che la preda, in virtù di un’idea comune per la quale bisogna recuperare il soggetto maltrattante, anziché tutelare chi ha subìto le sue atroci azioni.

Perché si comprende più il carnefice che la vittima?

Un buonismo dilagante, che passa dalle menti dei professionisti del caso a quelle della gente comune. Si parla di perdono e addirittura di pentimento dell’aguzzino, dimenticando che è stato proprio offrirgli un’altra possibilità a portare la donna alla tomba. Senza tenere presente il fatto che si tratta di un individuo patologico, privo di empatia, senso di colpa, responsabilità e di qualsiasi altra emozione. I Magistrati vanno completamente fuori strada, seguendo processi nei quali la vittima non ha più alcun ruolo attivo e dove nessuno le renderà giustizia. Non verrà mai portata alla luce la gravità di quanto compiuto dal reo, ma s’instaurerà un’arringa, atta a far emergere quel margine labile e sottile d’incolpevolezza dello stesso. Basterà che egli dia espressione a qualche proto-emozione, di cui è abile attore, perché venga compatito. Spazio alle lacrime da coccodrillo, all’ennesima recita narcisistica addirittura nei luoghi ove dovrebbe essere fatta luce sulla verità.
L’attenzione è focalizzata sull’uomo violento, che nel menefreghismo e nell’ingenuità delle persone, sguazzerà ancora una volta come un sadico vincitore. Molto spesso non è il regime carcerario a farlo piangere, ma il fatto che sia stata sporcata la sua immagine, ai propri occhi e a quelli degli altri. L’unico briciolo di sofferenza che può provare è legata al calare della maschera e quindi al venire meno della proiezione di perfezione, da lui diabolicamente costruita sulla pelle e sul dolore dei malcapitati innocenti, che hanno avuto la sfortuna di incrociare il suo cammino.

Ripartire dalle vittime per uscire dalla violenza

Ormai si sta diffondendo anche l’idea di introdurre gli abusanti a un percorso di consapevolezza e
risanamento. Vorrebbero farci credere che sia possibile insegnare loro a gestire e controllare le emozioni e quindi la rabbia. Quando invece l’ira è solamente usata per scaricare la carica distruttiva, di cui sono pericolosi portatori: un pretesto che riescono a trovare per annientare la donna. Come potrebbe arrabbiarsi un essere privo di emozioni? Pertanto, appare inesatto parlare di gelosia, perché si tiene a ciò che si ama. Nel femminicidio a reggere la scena è solo il senso malato di potere e controllo.
Se certamente un rapporto altalenante, fatto di litigi e riappacificazioni, può aggravare la malsana idea di possesso del carnefice e quindi andrebbe evitato per la nostra incolumità, tuttavia non deve essere considerato un alibi alle violenze disumane e all’uccisione dell’ex compagna o moglie.
Il dramma è che durante gli estenuanti processi penali non si entra nella sostanza stessa del rapporto ambivalente e dipendente tra vittima e offender.

Conclusioni

Metteremo fine alla violenza sulle donne, solamente quando la vittima non sarà più colpevolizzata per aver incontrato, amato e/o lasciato un uomo patologico. Finirà questo stillicidio, quando impiegheremo le nostre risorse per informare con onestà intellettuale le donne, offendo loro gli strumenti giusti per salvarsi da sole. Se un partner non si rassegna alla fine del rapporto, sono problemi suoi. Non bisogna prodigarsi in estenuanti spiegazioni, non è vero che smetterà di torturarvi se gli dedicherete un ultimo pezzo di tempo e attenzione. Nessuna di noi è così brava da riuscire a insegnare l’amore a un essere robotico, che trascina la sua esistenza tra le tenebre e l’oscurità. Nessuna donna può far ragionare chi non sa comunicare, colui che procede secondo una mappa mentale, autoreferenziale e priva di aperture, radendo al suole chiunque osi cambiare, anche solo minimamente, quella stessa.

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