Il mobbing: la persecuzione sul lavoro

Uccise dalla gogna mediatica: persecuzione di gruppo

di Ambra Sansolini

Introduzione

Oggi vorrei parlarvi di una forma di violenza sempre più diffusa: il mobbing nell’ambito professionale. Trattandosi di un editoriale, esporrò soprattutto la mia idea, anche se nel sito verranno inseriti numerosi articoli specifici a riguardo. Vorrei iniziare raccontandovi la mia esperienza personale.

Il blog, la passione e la rinascita

Da circa un mese, ho creato un sito web incentrato sulla violenza contro le donne. Per me è stata una rinascita, dopo più di due anni di persecuzioni nell’ambiente professionale in cui stavo muovendo i primi passi. Nella vita, quando tocchiamo il fondo, possiamo prendere una spinta maggiore per risalire più in alto. Ho voluto proprio fare questo, dopo che un gruppo di persone capeggiate da un soggetto “influente” nel settore in cui svolgevo il mio praticantato da giornalista, hanno fatto di tutto per osteggiarmi e buttarmi all’angoletto. Inutile dire quanto la loro aberrante azione possa essere risultata facile contro una giovane ragazza alle prime armi. D’altronde si sa, ogni forma di violenza trova il suo bersaglio sempre nel più debole. Solo che bisogna poi fare i conti con la reazione, la forza e il coraggio di chi volevamo stringere e attanagliare nella morsa. Occorre valutare la presunta debolezza della preda, oltre il confine in cui si muovono gli sciacalli.

Gli effetti del mobbing

Quando ti ritrovi molte persone contro, senza motivo alcuno, potresti iniziare a chiederti se tu abbia qualcosa di sbagliato in te stessa, se la colpa sia davvero la tua. Questo è il primo effetto cui mira il mobber, ossia colui che compie la persecuzione. Dubitare di sé stessi, significa iniziare a perdere la propria autostima. Qualora essa viene meno, siamo come delle formichine a confronto con un elefante: schiacciarci diventa un passatempo. Non ho mai ceduto a questo pericoloso schema. Ero certa che tutto fosse circoscritto a quell’ambito e che io ero la stessa ragazza di sempre: gentile, solare, educata, dolce, altruista e generosa. Fin dai tempi della scuola, sono stata sempre quella che lavorava a testa bassa. Che fossi diventata all’improvviso una specie di mostro, appariva assai improbabile.

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L’ostruzionismo

D’un tratto, indipendentemente da me, cominciai ad essere attaccata da chiunque. Persino da persone a me sconosciute. Ricevevo insulti in chat e dal vivo, diffamazioni di ogni tipo sul web. Fu così che piano piano venni estromessa da quello che facevo. All’inizio pensai che la situazione fosse dovuta a semplice rivalità o invidia, poi invece quando mi accorsi che all’interno del violento fenomeno, erano coinvolti più soggetti, cominciai ad allarmarmi. Insomma, capita che possiamo stare antipatici a qualcuno o che non veniamo valutati per quello che siamo. Ma se la cosa riguarda praticamente tutti, allora dobbiamo capire che abbiamo a che fare con un’onda di mobbing.

La prima fase

Dopo circa sette mesi, qualche collega del settore, iniziava a mettermi in guardia, dicendo che non ero vista di buon occhio, che qualcuno mi avrebbe voluto allontanare dalla professione. Ammetto di non aver preso queste parole alla lettera. Pensavo fossero i soliti attriti che si creano, quando una persona nuova irrompe in un ambiente di lavoro. Poi mi venne riferito che circolavano voci negative su di me. Si diceva che bestemmiassi come un camionista e che la davo a tutti. La prima a mettere in giro queste voci fu una “donna”. Ecco perché mi sembra sbagliato parlare di violenza di genere, quando sono le “donne” le prime ad andare contro le Donne. La stessa m’insultò durante il lavoro, riuscendo poi a farmi allontanare. Era stata mandata dal mobber, un’altra “donna”: era questa che guidava l’atroce persecuzione. Venni additata come “ruba mariti”, “vergogna delle donne”, “quella senza dignità”. La definizione di “ruba mariti” mi rese davvero perplessa, non riuscivo a capire a cosa alludesse. Non sapevo che presto sarebbe venuto tutto fuori.

La seconda fase

Dopo questo episodio, pensai che fosse tutto finito lì. Dovevo continuare il mio percorso di giornalista, questa volta al fianco di un uomo. Tra me dissi : “Menomale, almeno si spera che un uomo non sia troppo in  competizione con me”. Avevo fatto con lui un progetto di lavoro e nel momento in cui si stava realizzando, egli cambiò le carte in tavola. Disse che la mia figura andasse “riabilitata”. Proprio così. Come si usa per i criminali, quando si dice che vadano riabilitati. A dire il vero, non voleva proprio che io mettessi piede nell’ufficio. Poi grazie a un mio collega, l’unico che ha sempre creduto in me, accettò a mezza bocca, ma mettendomi in un ruolo marginale. Quando gli feci presente il mio disappunto, mi diede dell’arrivista e insinuò che io avessi una relazione d’amore con il collega che aveva preso le mie parti. Anzi, giunse ad affermare che usassi quel collega per fare carriera: il modo più squallido di sminuire una persona. Naturalmente tutto questo perché sono una donna e ho un’apparenza gradevole. Non può esistere una donna carina e intelligente? No. In certi ambienti di lavoro, quel binomio non può andare.

Le mie reazioni

Mentre in molti tentavano di persuadermi, mediante la violenza psicologica, che io non valessi nulla e che stessi usando un mio collega per affermarmi nella professione, non ho mai creduto a questo. La scrittura è da sempre la mia passione. Ero certa che non avessi bisogno di nessuno per dimostrare il mio valore. Che ne sapevano loro? Cosa ne sapevano, che fin da bambina, dopo le feste di compleanno degli amichetti, prendevo un tovagliolo e iniziavo a scrivere? Cosa ne sapevano che presa dall’ispirazione, avrei potuto iniziare a scrivere in qualsiasi momento, interrompendo bruscamente quello che stavo facendo? Mi faceva anche sorridere la loro malvagità, presunzione e violenza. E mi veniva spesso alla mente una frase della Sacra Bibbia: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno […].» (Luca 23:34)

Altri sviluppi

A seguito del secondo grave fatto, capii che stavo davanti a qualcosa di grande. Naturalmente allora non sapevo chi fosse il mobber, quale fosse il movente e chi ci stesse dentro. Da questo momento in poi, qualsiasi porta alla quale bussavo, la trovavo sbarrata. Provai a lavorare con altri colleghi, ma sparirono tutti, uno ad uno. Senza alcuna spiegazione, senza mai avermi detto il motivo. Quando li cercavo, si facevano negare, non rispondevano al telefono. Uno giunse a dirmi che non poteva parlare perché aveva l’influenza. Delle volte mi chiedo se sia sopravvissuto al mal di gola… Penso proprio di sì. Se sono sopravvissuta io a tutta la loro infima violenza!

La violenza più acuta

Mentre sbattevo il muso contro le porte chiuse, intanto il mobber stava attuando l’altra parte del sadico piano. Aveva informato la moglie del collega che prendeva le mie parti e lottava con me, circa una presunta storia d’amore tra la sottoscritta e il marito. In questo modo, la donna e i figli venivano esortati a vendicarsi nei miei confronti. Il cerchio della violenza si allargava ancora di più: tutti contro una giovane donna, che ero io. Tutti contro “la scosciata”, “la vergogna delle donne”, “la mantenuta”. Fu in questo momento che collegai il primo insulto che avevo ricevuto come “ruba mariti”, poiché non sapevo che il collega con cui collaboravo fosse sposato e avesse famiglia. Ora era tutto fin troppo chiaro: ogni episodio rientrava nello stesso disegno di distruzione ai miei danni.

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Il narcisista perverso

Come poteva mancare in questo contesto, l’ex partner psicopatico, affetto dal disturbo narcisistico della personalità? Un narcisista non può assistere alla realizzazione professionale di colei che lo ha lascito. Proprio non ci sta. Il mio ex aveva fatto sempre di tutto per ostacolarmi anche nello studio. Vedere che stavo riacciuffando il mio sogno, fu per lui un rospo che non riuscì ad ingoiare. Nel circuito-bomba della violenza, si era così inserito anche lui. Da bravo stalker, non accettava che esistesse un uomo capace di valutarmi come meritavo. Fece di tutto per far allontanare il mio collega. Oggi egli ha una famiglia con una donna svedese (la nazionalità è stata cambiata per motivi di privacy) e guarda caso, ricevetti SMS sul cellulare e lettere anonime, proprio dalla Svezia.

Il tesserino da pubblicista

Fu durante l’accanimento peggiore, che conseguii il tesserino da pubblicista. Un duro colpo per la “donna”-mobber, il mio ex e tutti gli altri complici, che avevano fatto di tutto per impedirmi di diventare giornalista.

Le lettere anonime

Il gruppo di frustrati (per non dire altro) doveva continuare a perpetrare violenze. Presero così ad inviarmi alcune lettere anonime presso la mia abitazione. Tra queste, una riportava una frase che dissi durante il lavoro: lo scopo era quello di denigrarmi e convincermi di non avere le capacità giuste per fare la giornalista. Ma non sapevano che giornalisti e scrittori si nasce, non si diventa. Ed io sono nata per questo. Non avevano capito che non mi avrebbe fermato niente e nessuno. Davanti al coraggio, alla volontà e alla passione, la violenza svanisce e diventa cenere.

Le conseguenze

Per dirla in poche parole, ero diventata lo “zimbello” dell’ambiente. Il bersaglio di chiunque avesse voglia di scaricare le proprie frustrazioni. Sono stata sbeffeggiata, ridicolizzata, minacciata. Quando ormai ero stata estromessa da tutto, il figlio del mio collega, è venuto addirittura a chiedermi una foto insieme, dicendo che mi seguiva come giornalista. Oltre al danno, pure la beffa. Non sapeva però che sapevo chi fosse e che ho sorriso nel vederlo atteggiarsi a boss. Per fare i forti, dobbiamo sempre sapere chi abbiamo davanti.

La salvezza

Da questo disumano accanimento, che ha visto coinvolte molte persone, mi sono salvata esclusivamente con la mia forza. La Procura di Roma, non mi ha aiutata in nulla. Non si è occupata neppure di risalire agli intestatari dei numeri di cellulare tramite cui avvenivano le molestie. Però l’ho fatto io. Oggi so tutto: perla dopo perla, ho ricostruito la collana. Conosco il nome della “donna”-mobber e di ogni sua pedina. Ho lavorato sodo per più di due anni, senza mai smettere di cercare e arrivare alla Verità. Ho scoperto che la “donna” che capeggiava la banda, mi spiava da tempo. La infastidiva la mia fede in Dio e infatti ricevetti una lettera anonima, in cui se la prendevano pure con il Sacro Rosario che porto al collo. Non voleva che pubblicassi foto sul mio profilo Facebook, come se avessi dovuto vergognarmi della mia fisicità prorompente. Dovevo sparire, mettermi all’angoletto. Fu lei a diffondere anche la voce della mia appartenenza ad un sito a luci rosse. Tutto era sempre fatto per dimostrare e convincere gli altri, che non meritassi di fare la giornalista. Non bisogna mai smettere di difendersi in tutte le sedi opportune, civili e penali. Aspetto sempre che qualche vigliacco pentito, magari di quelli spariti nel silenzio per paura di ribellarsi alla “donna”-mobber, prima o poi venga fuori e mi chieda scusa. In ogni caso scapperanno da me, ma non dalla loro coscienza. Nessuno ha il diritto di distruggere la vita degli altri.

Conclusioni

Oggi sono fuori da questo letame. E la vita mi ha dimostrato come il fango resti fango e l’acqua mantenga la sua purezza. Nell’ambiente in cui ora mi sto inserendo, ho conosciuto persone professionali e cortesi. Tutto ciò è la prova che dove esista il valore, non c’è la frustrazione, non esiste la paura. L’altro non viene visto mai come una minaccia alla propria posizione, ma come un arricchimento. La crescita personale avviene infatti solo grazie alle scambio e al confronto. Delle volte sorrido e mi chiedo dove siano ora queste persone. Perché non vengono a fermarmi adesso? Il punto è che il loro esiguo “potere”, riguarda solamente quel piccolo pezzo di campo. Hanno fatto gli spavaldi, ignorando tutto ciò che di sublime esiste oltre la loro staccionata, forse perché pensavano che non l’avrei mai superata. Probabilmente erano certi che ne sarei uscita morta. In effetti, vi erano tutti i presupposti perché questo accadesse. Ma non avevano fatto i conti con la mia forza e determinazione.

Mai come loro

Adesso il mio sogno, oltre che combattere la violenza sulle donne, è quello di aiutare i giovani talenti ad emergere. Mi sono commossa quando ho sentito alcuni ragazzi aspiranti scrittori, desiderosi d’interagire nel mio blog. Benvenuti scrittori! La cosa più bella della vita, è che abbiamo sempre da insegnare agli altri e allo stesso tempo da imparare. Non smetterò mai di lottare perché nel lavoro prevalga la meritocrazia. Starò sempre dalla parte di chi non è il figlio di, la moglie di, il fratello di. Sosterrò chi pur avendo delle qualità, è costretto a vivere ai margini della società, perché non si piega, non si vende, non si adegua. Se ho perdonato i miei aguzzini? Ma certo! La loro piccolezza e bassezza d’animo, già mi sembra una giusta condanna a vita, un lento ergastolo, che la nostra Magistratura non dà neppure per tre omicidi.

Messaggio

Mi viene in mente la poesia di Trilussa intitolata “Er cervo”, i cui versi recitano : «[…] Me leverai le corna che ciò in testa,/ ma no l’idee che tengo ner cervello.» Non fermatevi davanti a chi vuole distruggervi. Non abbiate mai paura, poiché è chi vuole annientarvi che la prova. Vi teme. Non lasciate che qualcuno metta fine ai vostri sogni, poiché per quanti ostacoli potranno mettervi lungo il percorso, le vostre idee e i sogni, niente e nessuno riuscirà a portarveli via.

 

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